“L’Italia dell’arte è bloccata e si sta depauperando”. Grido d’allarme del direttore della super fiera Art Basel
Chiaro e lucido come d'abitudine, Vincenzo De Bellis ha trasformato questa intervista in un appello accorato a fare presto per rimettere in carreggiata l'Italia del mercato dell'arte. Un sistema che si sta bloccando con rischi per la sua stessa tenuta. E se lo dice il direttore della più importante fiera d'arte al mondo…
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Sono passate già due settimane dall’intervista di Artribune al presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati Federico Mollicone che ha cercato di rassicurare circa gli intendimenti dell’amministrazione sul taglio dell’iva applicata alla compravendita delle opere d’arte. Sta di fatto però che l’adeguamento fiscale in Italia ancora non è stato effettuato nonostante i solleciti dell’Europa e non c’è una data precisa per l’esito di questa vertenza che invece è stata adottata dai paesi nostri confinanti e quindi nostri competitor naturali. Il mercato è in questo modo alterato a nostro svantaggio e il mondo dell’arte (non solo i galleristi, ma ultimamente anche gli artisti) è sgomento e sta lentamente perdendo le speranze di poter operare ad armi pari col resto del mondo.
Il punto di Vincenzo de Bellis sul mercato dell’arte in Italia
Per non abbassare la soglia di attenzione su questo tema (ma anche, come leggeremo, su molti altri temi strettamente interconnessi) siamo andati a intervistare l’italiano attualmente più autorevole sul palcoscenico del mercato dell’arte globale. Vincenzo De Bellis infatti è il direttore delle fiere d’arte di Art Basel, ovvero l’operatore di settore più importante al mondo. Sebbene rifletta su queste questioni da anni, De Bellis si trova nel punto di osservazione migliore per poter analizzare le evoluzioni del mercato, del collezionismo, dei nuovi approcci alla compravendita di opere d’arte, dell’atteggiamento delle nuove generazioni. Inoltre è italiano, ha lavorato molto in Italia dove tutt’ora vive e dove ha condotto anche una importante fiera come miart giusto prima di spostarsi in America a dirigere il Walker Art Center di Minneapolis. Chi meglio di lui dunque può darci una chiave di lettura sulla reale situazione in cui si sta trovando il mercato dell’arte in Italia in questo preciso momento storico? Gli abbiamo rivolto qualche domanda.
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Intervista a Vincenzo de Bellis: Iva, mercato, libera circolazione delle opere, politiche culturali
Avrai letto le notizie riguardanti il mercato dell’arte italiano, le proteste, le rassicurazioni, i rischi… Come hai analizzato tutto questo dal tuo osservatorio?
Con un certo stupore e una nota di disappunto. Come tutti del resto. Se guardiamo vicino casa nostra – alla Francia e più recentemente alla Germania – diventiamo automaticamente poco competitivi rispetto ai mercati vicini. Questo è un grande problema.
Un problema per i galleristi?
Certamente è un problema per i mercanti e per tutte le attività commerciali attorno al mondo dell’arte, ma attenzione: non solo. Si tratta di un problema per tutto il comparto e anche per il mondo stesso degli artisti. Non sostenere il mercato attraverso un abbassamento dell’iva penalizza gli artisti che operano in Italia (e che magari sono rappresentati solo da gallerie italiane) e anche coloro che potrebbero voler diventare artisti in futuro. Si deprime anche la volontà delle gallerie di investire sugli emergenti.
Il tutto poi in uno scenario di mercato tutt’altro che sereno…
C’è un rallentamento globale: io penso che sia un fenomeno naturale, ciclico e dovuto a innumerevoli condizioni geopolitiche senza dimenticare un ricambio generazionale che è in corso nell’universo dei collezionisti. I giovani collezionisti hanno un approccio diverso dai loro genitori o dalle generazioni precedenti in generale. Per loro l’investimento economico e il ritorno di quell’investimento è importante almeno tanto quanto l’aspetto culturale. E in molti casi perfino di più.
Ci sono altre componenti ancora?
Beh i prezzi. I prezzi inoltre erano saliti alle stelle per anni e anni e dunque una correzione è normale. In tutto questo se si diventa meno competitivi come avviene per il mercato italiano, si soffre ancora di più degli altri.
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Mercato dell’arte: un confronto tra Italia e altri paesi europei
Negli altri paesi le cose sono radicalmente diverse?
Io non voglio fare paragoni addirittura col mondo anglosassone, ma se semplicemente guardiamo alla Svizzera, alla Germania o alla Francia che sono vicine a noi, la situazione è ben diversa e su molti fronti. E, ribadisco, la fatica non la fanno solo galleristi, mercanti e chi fa commercio: la fatica la fanno tutti perché il supporto commerciale che arriva dal mercato dà ossigeno e risorse a tutti gli attori della filiera.
C’è proprio una industria che va in difficoltà: gallerie, fiere, artisti, trasporti, logistica, assicurazioni fino agli editori come noi. Però nella sua intervista ad Artribune l’onorevole Mollicone ha cercato di rassicurare…
Ho letto con apprezzamento l’impegno dell’amministrazione ma qui non ogni settimana bensì ogni singolo giorno che passa è un danno significativo che poi sarà difficilissimo recuperare. Ogni istante che passa il mercato italiano è meno competitivo degli altri mercati competitor. Se le gallerie chiudono, se gli artisti smettono di lavorare poi la corsa a recuperare anche qualora arrivassero norme idonee sarà sempre più dura. Servono tempi certi.
Oltretutto anche se ipotizziamo che dopodomani si dovesse risolvere il problema-iva, ne resterebbero ben altri di problemi purtroppo ad attanagliare il settore in Italia.
Intanto abbiamo delle tasse di importazione a 10% mentre la Francia l’ha portate al 5%. Questo ha permesso alla Francia di diventare la porta d’ingresso di tutte le opere d’arte sostituendosi al Regno Unito del post Brexit. Questo ha creato un indotto economico molto potente in Francia (basti pensare solo ai trasporti, alla logistica, ai servizi di storage…). Insomma la tassa di importazione va ridotta in maniera contestuale all’iva.
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Opere d’arte abbandonate nei magazzini dei musei: da problema a opportunità
E poi c’è la questione annosa della libera circolazione delle opere: se hanno più di 70 anni è difficilissimo venderle all’estero.
Le opere devono circolare per essere valorizzate, per valorizzare l’artista che le ha realizzate, ma anche per aiutare tutto il sistema inclusi i musei. Noi abbiamo migliaia di opere d’arte sepolte nei depositi dei musei e che non vedranno mai la luce. Senza arrivare a quello che fanno gli Stati Uniti (dove i musei possono vendere le opere per poi reinvestire il ricavato in altre opere da aggiungere in collezione), io vedo quanto si fa in Francia con grandi operazioni di prestiti a lungo termine e anche vendite congegnate per valorizzare gli artisti. Qui in Italia si arriva, a causa delle notifiche, al paradosso di bloccare perfino i prestiti per delle semplici mostre. Significa mortificare il valore dei nostri artisti, impedire che facciano dei risultati d’asta brillanti, pregiudicare che tutto questo avvenga e poi venga comunicato.
Tu pensi che i musei dovrebbero vendere le opere che hanno nei loro magazzini?
Non sarò popolare, ma sì. In alcuni casi sì. Mi immagino un circolo virtuoso per cui i musei valorizzano opere che non esporranno mai e con quel ricavato acquistano a prezzo di mercato opere rilevanti oggi di proprietà privata di cui i privati vogliono liberarsi e non possono farlo perché notificate. Questa partita di giro valorizzerebbe le collezioni museali italiane e darebbe spunto alle quotazioni oggi bloccate di molti artisti.
Un’operazione pragmatica, realista e coraggiosa. Ma purtroppo molti settori vengono amministrati indifferentemente da sinistra e da destra a colpi di ideologie decotte. E la cultura è quasi sempre tra questi.
Si tratterebbe di un’operazione di rigenerazione. Oggi invece semplicemente blocchiamo il mercato e così tutta la grande storia dell’arte italiana del Dopoguerra è depauperata. Facciamo liberamente decidere ai musei cosa fare delle loro collezioni.
Questo blocco e questo depauperamento cosa sta comportando e cosa comporterà?
C’è il rischio di uno spostamento di gallerie italiane all’estero; c’è il rischio che diminuisca la produzione artistica nazionale ovvero che alcuni artisti smettano di fare gli artisti scegliendo altre strade professionali con migliori prospettive; le gallerie che rimarranno in Italia potranno essere meno appetibili per i collezionisti internazionali; potrebbe anche diminuire il numero stesso dei collezionisti in un contesto simile. In un ecosistema come il mercato dell’arte tutti i tasselli sono uniti in un mosaico, non esistono disgiunzioni: artisti, collezionisti, fondazioni, musei, gallerie sono parte di un meccanismo molto complesso che lo stato ha il compito di far funzionare in maniera armonica. Questo ad esempio è successo negli ultimi anni in Francia grazie a provvedimenti organici che hanno portato il mercato dei nostri cugini a far quadrare tutto e a funzionare estremamente bene.
Possiamo recuperare tutto questo terreno e questo tempo perso?
Intanto serve una visione armonizzata e organica. E poi bisogna fare in fretta.
Massimiliano Tonelli
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