Chi era Francesco Riva, il pittore che raccontò la fuga dell’unica italiana Regina d’Inghilterra

Tra i documenti appena acquisiti dall’Archivio storico di Modena, anche la storia di una rocambolesca fuga reale: è la testimonianza del pittore Francesco Riva, che nel 1688 aiutò la regina Maria Beatrice D’Este a sfuggire alla Rivoluzione inglese

Era una notte fredda di metà dicembre e lei doveva fuggire da morte certa mettendo in salvo anche il suo bambino di soli cinque mesi. Dopo riunioni segrete e dettagli organizzativi, la regina Maria Beatrice D’Este (Modena, 1658 – Saint-Germain-en-Laye, 1718), nota come “Mary of Modena”, travestita da lavandaia, superava il giardino privato per correre verso il Tamigi e raggiungere Dover, per la traversata su una barchetta di legno con la speranza di toccare terra francese. E scampare così alla “Gloriosa Rivoluzione” il cui fine era di far fuori suo marito Giacomo II Stuart e la sua politica cattolica, con un colpo di stato per mano di Guglielmo d’Orange.

La testimonianza di Francesco Riva

Una storia avvincente che si intensifica di fascino a pensare che l’ideatore ed esecutore materiale della fuga fu un pittore della bottega del Guercino, Francesco Riva (Bologna, 1651-1716), diventato “maestro di guardaroba” della regina dopo una permanenza a Parigi alla corte del Re Sole Luigi XIV di Borbone. La testimonianza di Riva, scritta di pugno un anno dopo la fuga, nell’agosto 1689, è parte della collezione dei documenti acquisiti dall’Archivio storico del Comune di Modena dalla libreria antiquaria Docet di Bologna. Materiale prezioso che nelle lettere dimostra lo stretto legame tra la famiglia Riva e gli Stuart e che comprende, tra l’altro, il lasciapassare firmato dal Re Sole, grazie al quale Francesco Riva e i suoi figli fecero ritorno in Italia, e una miniatura di Maria Beatrice d’Este, dipinta a olio su rame nei primi anni del Settecento.

Maria Beatrice d’Este, dal Palazzo Ducale di Modena a Palazzo St. James di Londra

Unica italiana a essere stata regina d’Inghilterra, di Scozia e d’Irlanda (c’è chi attribuisce a lei uno dei dolci più amati dai modenesi, la zuppa inglese), Maria Beatrice d’Este fu anche l’ultima regina cattolica, cattolicissima, sul trono britannico. Figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi, era nata nel Palazzo Ducale di Modena e aveva tutte le carte in regola per essere una regina, “alta e ammirevolmente formosa”, gentile ed elegante. Qualità che sarebbero finite in convento, perché quello che voleva prendere lei erano i voti e non un marito. Educata nel monastero della Visitazione, quando fu richiesta in moglie per Giacomo Duca di York, fu presa dalla disperazione. Accettò il suo destino solo dopo che il Papa Clemente X, in combutta con il Re Sole e sperando di vedere di nuovo il cattolicesimo in Inghilterra, la convinse a sposare il futuro re essendo in quel modo molto più utile alla chiesa piuttosto che tra le mura monastiche. Il matrimonio avvenne per procura e quando appena quindicenne incontrò il marito a Londra, scoppiò in lacrime. Giacomo II, 40 anni, deturpato dal vaiolo, balbuziente e poco intelligente, poteva essere suo padre.

L’esistenza travagliata di Mary of Modena in Inghilterra e la fuga verso la Francia

La vita a corte fu un incubo, soprattutto negli anni prima che diventasse regina, dal momento che all’epoca regnava Carlo II, vecchio e senza figli, fratello di suo marito. Mary si barcamenava tra le calunnie degli inglesi che la chiamavano “papista” e “figlia del papa” e la continua infedeltà del coniuge. E peggio di tutto, dei 12 figli che mise alla luce, 10 morirono molto piccoli, alcuni in circostanze sospette. Avvelenati? Non si sa, ma il timore di un successore cattolico aleggiava e divenne reale con la nascita del principino Giacomo Francesco Edoardo. Questo evento spinse i protestanti alla “Gloriosa Rivoluzione” e a mettere sul trono Guglielmo d’Orange. Lei come sopravvisse a tutto ciò? Forse grazie alla cultura, animando un salotto letterario e circondandosi di artisti. E come già detto, dandosi alla fuga con l’aiuto di un pittore. Perché in fondo è spesso l’arte a salvare una vita.

Riccarda Riccò

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