Uncanny Valley. Una mostra sull’essere umano nell’era dell’intelligenza artificiale

La “valle del perturbante”, ossia il territorio che separa l'uomo dalla macchina, è un confine che va continuamente ridisegnato. Il museo de Young di San Francisco ha invitato tredici artisti a riflettere sull'umanità nell'era degli algoritmi.

Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un proliferare di mostre sul tema dell’intelligenza artificiale: da Roma a Londra, passando per Francoforte e Liverpool. Quella appena aperta al museo de Young di San Francisco, intitolata Uncanny Valley: Being Human in the age of AI, sposta però il punto di vista, concentrandosi non tanto sulle possibilità espressive della macchina, quanto sulla ridefinizione del concetto stesso di umanità nell’epoca dei supercomputer e del machine learning.Nel mondo di oggi, guidato dall’AI, sempre più organizzato e modellato da algoritmi che tracciano, raccolgono e analizzano i nostri dati, la domanda sul significato dell’essere umani è cambiata”, si legge nella presentazione del progetto, visitabile fino al 25 ottobre 2020. Con la Silicon Valley a due passi, sembra quasi imporsi la riflessione sul tema da parte del museo californiano, che decide di affrontare il difficile compito con l’aiuto di tredici artisti internazionali. L’obiettivo è dunque quello di utilizzare lo sguardo libero e ampio dell’arte per cercare di comprendere in che modo sia cambiata la relazione tra uomo e macchina, oltre che, più in generale, tra naturale e artificiale.

Zach Blas, The Doors, 2019. Installation view, San Francisco, 2020. Co-commissioned by Edith-Russ-Haus fur Medienkunst, Germany_ de Young Museum, USA and Van Abbemuseum, Netherlands. Courtesy of the artist Image © Gary Sexton Photograph

Zach Blas, The Doors, 2019. Installation view, San Francisco, 2020. Co-commissioned by Edith-Russ-Haus fur Medienkunst, Germany_ de Young Museum, USA and Van Abbemuseum, Netherlands. Courtesy of the artist Image © Gary Sexton Photograph

GLI HIGHLIGHTS DEL PROGETTO 

Molti dei lavori in mostra sono incentrati sul concetto di intelligenza collettiva, sia a livello naturale che culturale. È il caso ad esempio di BOB (Bag of Beliefs) di Ian Cheng, una forma di vita digitale che prende le forme di un serpente in continua mutazione (lavoro selezionato anche da Ralph Rugoff  all’ultima Biennale di Venezia), ma anche della ricerca di Agnieska Kurant, che include dinamiche di crowdsourcing e digital labor. Le opere del neozelandese Simon Denny e del gruppo  The Zairja Collective puntano invece l’attenzione su un aspetto che passa spesso in secondo piano nelle discussioni sul digitale, ossia l’impatto ecologico e i costi a livello umanitario innescati dall’industria dell’IT, sia in termini di hardware che di risorse energetiche. Il progetto del team di ricerca indipendente Forensic Architecture, che usa il machine learning e i metodi spaziali per investigare sulle violazioni dei diritti umani, espone un pacchetto di algoritmi studiati per cercare su Internet, tra le immagini caricate online, possibili oggetti utilizzati nell’ambito di questi crimini. Immancabili in ogni mostra sull’AI, ci sono poi anche Trevor Paglen, reduce dal grande successo del suo progetto milanese organizzato all’Osservatorio Fondazione Prada insieme alla scienziata Kate Crowford; e Hito Steyerl, che porta negli States The City of Broken Windows, installazione – già vista al Castello di Rivoli nel 2018 – che indaga l’impatto dell’intelligenza artificiale su ambiti delicati come l’ingiustizia sociale e la disparità economica.

  Valentina Tanni

https://deyoung.famsf.org/exhibitions/uncanny-valley

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Valentina Tanni

Valentina Tanni

Valentina Tanni è storica dell’arte, curatrice e docente; la sua ricerca è incentrata sul rapporto tra arte e tecnologia, con particolare attenzione alle culture del web. Insegna Digital Art al Politecnico di Milano e Culture Digitali alla Naba – Nuova…

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