Al Napoli Teatro Festival storie di ordinaria attualità, e non solo

Una selva di spettacoli durata per tutto il mese di luglio. Il Napoli Teatro Festival diretto da Ruggero Cappuccio non si è fatto fermare dal Covid-19 e, nel rispetto delle norme sanitarie, ha dispiegato un programma foltissimo. Vi raccontiamo i tre spettacoli che ci sono piaciuti di più.

Non ha rinunciato alla sua programmazione il Napoli Teatro Festival Italia. Ruggero Cappuccio, direttore artistico del festival, ha tenuto caldo il cartellone, previsto come di consuetudine a giugno, aspettando il via libera dopo il lockdown causa Covid, per rimodularlo e proporlo, a luglio, nella formula adeguata al rispetto dei vincoli imposti della distanza di sicurezza tra attori e tra spettatori, ed escludendo, per forza di cose, la presenza internazionale.
Tra nomi noti e più giovani divisi in diverse sezioni, l’edizione è stata ricca – sempre troppo – di eventi, tutti all’aperto e in nuovi spazi della città, che abbiamo seguito solo per qualche giorno (impossibile districarsi nella folta “foresta” delle proposte lungo l’arco di un mese del festival, al quale gioverebbe un cartellone più ridotto) riportando qui la visione solo di tre spettacoli.

IL CASO MAJAKOVSKI

È una polifonia di voci multiple e stridenti, una stratificazione di anime inquiete, di pulsazioni fisiche e mentali, di ritratti d’archivio resi umani; di visioni sparse segnate da posture sceniche e cambi d’identità. Una mappatura di memorie che riconducono sulle tracce di quel poeta che elargì parole poetiche e rivoluzionarie, e la cui fine rimane avvolta nel mistero di verità differenti e controverse: Vladimir Majakovskij, leggenda dell’utopia rivoluzionaria, il quale, due giorni prima di morire, profeticamente scrisse: “Della mia morte non incolpate nessuno e, per favore, niente pettegolezzi“. Parole premonitrici perché di congetture, calunnie, versioni contrastanti, fu costellata la sua vicenda esistenziale.
A farne oggetto di meticolosa indagine, di appassionata e appassionante lettura umana e artistica e politica, è la compagnia ravennate Menoventi che, dell’irrisolto dubbio se la morte del vate futurista sia stata suicidio o omicidio, ne ha fatto un progetto triennale (che si concluderà nel 2021), un percorso a tappe per giungere, forse, a un’altra verità aprendo a nuovi scenari, a inedite rivelazioni, disseminando ulteriori interrogativi. Come un vero e proprio mistery. E tale è la scrittura teatrale pensata da Gianni Farina e Consuelo Battiston di Menoventi – con Tamara Balducci, Leonardo Bianconi, Federica Garavaglia e Mauro Milone –, dal titolo, di questa seconda tappa, Buona permanenza al mondo (coproduzione con il Ravenna Festival).
Encomiabile la loro operazione di ricerca e di resa scenica – avvalendosi anche della fonte storica Il defunto odiava i pettegolezzi, opera della studiosa e ricercatrice Serena Vitale che ha attinto a documenti e materiali inediti dagli archivi stalinisti –, che al NTFI è stata presentata come mise en espace, ma già con una compiutezza, e bellezza, formale e stilistica nel fondere intelligentemente realismo e metafore, che già basta a intrigarci e farci entrare pienamente dentro la vicenda del poeta perseguitato, controllato e calunniato. Su queste dinamiche storiche muove l’allestimento, alternando voci e personaggi con repentini cambi di ruoli, di immagini proiettate, di frasi e parole urlate o declamate su dei cartelli che ampliano la storia e i personaggi che orbitavano attorno a Majakovskij, e il mondo sovietico dell’epoca.
Perno del racconto una donna dal costume fosforescente, con fattezze anche d’automa, che conduce l’inchiesta e gli interrogatori dentro set televisivi e stanze da commissariato, o illustrando gli intrecci rivolta verso di noi. Figura futuristica, ultima fantasia teatrale di Majakovskij, “che demandò la propria felicità e la propria vita a un mondo ancora a venire“.

The Red Lion. Photo Salvatore Pastore

The Red Lion. Photo Salvatore Pastore

THE RED LION

Italianizzata, e trasposta all’ombra del Vesuvio, è anche la commedia Red Lion dell’inglese Patrick Marber, tradotta da Marco Casazza, nell’adattamento di Andrej Longo, e con la regia di Marcello Cotugno per Teatri Uniti.
Una vicenda sul mondo sporco del calcio semiprofessionistico, lontano sì da quello ricco dei grandi interessi economici, ma che nel piccolo, fuori dal campo di calcio, riflette certe contraddittorie dinamiche interne dove anche a livello dilettanti girano soldi in nero e i giovani talenti sono spronati a giocare sporco. Illusioni, ambizioni, corruzione, interessi, fallimenti, mescolati a passione, onestà, meschinità: tutto questo avviene all’interno della scena realistica e dettagliata di un angusto spogliatoio di provincia (scenografia di Luigi Ferrigno).
Qui si confrontano e si scontrano tre personaggi: un allenatore e manager ambizioso e cinico, con un matrimonio prossimo al fallimento, che farà di tutto per tenere a galla la squadra e se stesso; un veterano, ex leggenda del calcio, ora factotum ridotto a stirare le maglie del club; e un giovane promettente calciatore sul quale si scommette e dal quale si tenterà di trarre profitto. Tutti hanno dei segreti che man mano si sveleranno.
Il linguaggio naturale, scorrevole, ordinario, che scandisce i dialoghi – troppi in 140 minuti di spettacolo al quale, forse, gioverebbe dei tagli –, rivelano pian piano, con ironia e spietatezza, il lato oscuro del football con le sue incompatibilità morali. Red Lion è una riflessione amara sulla perdita di valori ma anche sul senso profondo dello sport, della lealtà e dell’appartenenza. Bravi, in piena empatia, il terzetto di attori: Nello Mascia, Andrea Renzi e il giovane Lorenzo Scalzo.

Alessio Boni e Marcello Prayer in "L'estate perduta. Ballata per Cesare Pavese". Photo Salvatore Pastore

Alessio Boni e Marcello Prayer in “L’estate perduta. Ballata per Cesare Pavese”. Photo Salvatore Pastore

BALLATA PER CESARE PAVESE

Una jam session di voci e musica, un inedito viaggio dentro la mente e l’anima di Cesare Pavese nell’anniversario dei settant’anni dalla scomparsa. È L’estate perduta. Ballata per Cesare Pavese, un concertato per due voci e due strumenti che danno vita all’uomo dialogante col suo alter ego fanciullo, svezzato da una balia, orfano di padre ancora bambino, e dell’autoritaria madre a 22 anni.
Un soliloquio dualistico, un flusso di coscienza riversato da Alessio Boni e Marcello Prayer – attori in perfetta sintonia e simbiosi nel restituirsi a vicenda battute e parole che si incontrano in un’unica personalità – che immaginano lo scrittore adolescente e poi maturo, diviso tra campagna e città, affascinato dal mito dell’America incontrata però solo sui libri, che è comunista in tempi di culto del fascismo, ma soprattutto che cerca invano nelle donne e nella loro spregiudicatezza l’amore non trovato nell’infanzia.
È un Pavese non soltanto di lettere e intelletto, autore esistenzialista, ma profondamente umano, restituitoci in versi e prosa e con parole di sue lettere messe in canzoni in lingua inglese e musicate da Francesco Forni e Roberto Aldorasi. C’è persino un’inedita dimensione comica di Pavese, una reinterpretazione della Genesi con Adamo ed Eva che discutono animatamente sulla colpa della solitudine attribuita al morso del frutto proibito. In chiusura i versi noti de Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – ispirata dall’infelice storia d’amore con l’attrice americana Constance Dowling ed edita postuma nel 1951, dopo il suicidio dell’autore –, graffio finale di una vita senza speranza sul futuro, e con la morte come unica compagna.

– Giuseppe Distefano

napoliteatrofestival.it

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Giuseppe Distefano

Giuseppe Distefano

Critico di teatro e di danza, fotogiornalista e photoeditor, fotografo di scena, ad ogni spettacolo coltiva la necessità di raccontare ciò a cui assiste, narrare ciò che accade in scena cercando di fornire il più possibile gli elementi per coinvolgere…

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