David Cronenberg e il caos dell’era digitale in “The Shrouds”

“The Shrouds”, di David Cronenberg, è finalmente arrivato al cinema. Proiettato in anteprima nazionale il giorno 1 aprile, in collegamento streaming con il regista stesso, l’attesissimo e conturbante film esce in Italia. Il trailer

Colpa di un’aura profetica non ricercata in prima persona, ma inevitabilmente generatasi nel tempo, ogni volta che viene annunciata l’uscita di un film di David Cronenberg (Toronto, 1943) si ha la sensazione di doversi aspettare la rivelazione di una qualche verità sconvolgente sul nostro tempo; quasi come se fosse arrivato il giusto momento storico di lasciarsi infettare dal suo verbo allucinato nonché allucinatorio.

Per tale motivo, l’attesa per The Shrouds, il suo ultimo film che arriva da noi praticamente un anno dopo la partecipazione al 77mo Festival di Cannes, è stata così alta da generare delle aspettative che forse non sono state del tutto soddisfatte.

Ad alimentarne l’hype nel nostro Paese, è stata l’organizzazione di un tour promozionale (sfortunatamente annullato per un malessere fisico) che avrebbe visto la partecipazione in carne e ossa del cineasta canadese dapprima al festival BAFF di Busto Arsizio e, successivamente, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma.

L’anteprima di The Shrouds presentata in streaming da David Cronenberg

Nonostante questa rinuncia forzata, la sera dello scorso 1 aprile Cronenberg è comunque intervenuto – in diretta streaming – durante l’anteprima in lingua originale del film, distribuita in 31 sale cinematografiche da Europictures in collaborazione con Adler Entertainment.

Presentatosi rivolgendo affettuosamente al pubblico bacini con la mano, il regista ha introdotto la sua ultima fatica toccandone i punti più importanti. Dal nostro rapporto con la morte, all’influenza di una nuova religione come quella delle intelligenze artificiali, sono numerose le tematiche che – in un modo o in un altro – si insinuano nelle intricatissime sottotrame del film.

Religione, morte e nuove tecnologie, nelle parole di David Cronenberg

“Il filosofo e giornalista inglese, Christopher Hitchens”, ha raccontato Cronenberg, “dice che la morte causa la religione, nel senso che la religione viene creata – ed è stata creata – per aiutarci a evitare la realtà della morte, perché è difficile contemplare, per un essere esistente, la possibilità della non esistenza. Ed è questo il motivo per cui la religione ci insegna che dopo la morte c’è un Paradiso, c’è un posto dove staremo bene, dove incontreremo gli altri e anche i nostri cari. È estremamente difficile accettare la realtà della morte. Ma io, da ateo, nel mio precedente film Crimes of the Future ho affermato e ripetuto più volte che il corpo è la realtà, noi siamo il nostro corpo e nel momento in cui esso sparisce non c’è più nulla”.

Sotto quest’ottica personalissima (presente in quasi tutte le sue pellicole), lo sviluppo tecnologico è da considerarsi come una vera e propria religione che, come avviene oggi con la gestione di avatar IA in grado di simulare l’esistenza di una persona deceduta, prova ad allontanarci dall’accettazione della morte.

A proposito invece della sue presunte doti visionarie e profetiche, il regista ha così argomentato: “Fortunatamente non mi sono mai considerato un regista visionario, non ho mai pensato di esserlo né ho mai pensato che l’arte dovesse essere profetica, o che pensi di avere delle sorprendenti verità da svelare e da portare al mondo. Semplicemente ho sempre visto il mio lavoro come un viaggio, ho sempre cercato di capire la condizione umana: cosa significhi essere umani nel tempo in cui viviamo. È vero che si va sempre più veloci, ma è anche vero che ci sono delle verità umane di base per le quali un qualcosa che può essere anche apparentemente obsoleto, continua comunque a essere interessante. Anche perché io non credo che l’arte o il cinema debbano dipendere dal fatto di essere visionari per poter avere forza, per cui io parlo di quello che vedo oggi”.

cronenberg in streaming al cinema nazionale di troino 2 David Cronenberg e il caos dell’era digitale in “The Shrouds”

Di cosa tratta The Shrouds, di David Cornenberg

Parlare di The Shrouds non è un’operazione semplice, non solo per il rispetto dei tempi di metabolizzazione di cui necessitano le opere di Cronenberg, ma soprattutto perché si tratta del suo film più intimo, per non dire autobiografico. Al centro della trama vi è infatti l’abissale processo dell’elaborazione di un lutto: un fenomeno estremamente doloroso che il regista ha dovuto affrontare personalmente dopo la perdita della moglie Carolyn avvenuta nel 2017.

Protagonista della storia è infatti il magnate hi-tech Karsh interpretato da un Vincent Cassel che, abbandonati i panni dell’insicuro criminale russo in La promessa dell’assassino, appare questa volta come il preciso alter ego dello stesso regista. A sostenere una tesi simile non è soltanto la spiccata somiglianza fisica tra i due, ma soprattutto l’esplicita scelta di Cassel di basare il proprio personaggio sulla figura di David Cronenberg imitandone sia il modo di parlare, sia le movenze del corpo.

Volutamente aperto e caotico, il plot narrativo del film ruota intorno all’improvvisa profanazione del cimitero futuristico costruito dall’imprenditore per lenire la separazione fisica dall’ex coniuge, avvenuta tempo addietro per un particolare tumore alle ossa. Peculiarità di questo atipico camposanto è la presenza, nelle apposite tombe, di sudari avveniristici capaci di monitorare e far visualizzare il grado di decomposizione dei cadaveri in essi avvolti.

Riflessioni e perplessità sul film The Shrouds

Dalla religiosità delle nuove tecnologie (Videodrome, La mosca, eXistenZ) passando per l’attrazione sessuale nei confronti dei corpi martoriati (Crash, Crimes of the future) e per l’interesse verso la cultura giapponese (M. Butterfly), The Shrouds contiene molte delle ossessioni e delle passioni insite nella filmografia cronenberghiana.

Ciò nonostante c’è qualcosa in esso che non convince a pieno ma che, molto probabilmente, non è per nulla lasciato al caso. Particolarmente criptico e dispersivo, il lungometraggio parte in maniera abbastanza lineare per poi perdersi fra teorie complottistiche e sottotesti enigmatici che provocano nello spettatore una confusione tale da lasciarlo a dir poco interdetto. Fra avatar hackerati e soggetti mentalmente instabili, si viene così messi nella posizione concreta di non poter credere a nessuna delle verità sostenute dai personaggi della pellicola: una condizione spiazzante che, se ci pensiamo bene, domina anche il nostro quotidiano.

Così come non vi è certezza né di quello che vi sarà dopo la vita né di ciò che esperiamo ogni giorno tramite le intelligenze artificiali, il film lascia interrogativi così ambigui e contraddittori da farci trovare una confortante chiave di lettura proprio nella metafora dello stato di caos nel quale viviamo.

Si tratterebbe in questo caso di quella stessa consolazione che, come detto sopra, la religione mette in atto promettendoci grandi cose dopo il momento del trapasso. Da questo punto di vista The Shrouds va allora visto allora come un’opera-testamento estremamente simbolica (e a tratti sperimentale) di uno stato psicofisico che riguarda tutti noi: che siamo vivi, morti, o virtuali, poco importa.

Valerio Veneruso 

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Valerio Veneruso

Valerio Veneruso

Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo. Tra le mostre recenti: la personale RUBEDODOOM –…

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