La funzione dell’arte e degli intellettuali nel presente oscurato dalla guerra
Mentre gli scenari internazionali si fanno sempre più oscuri, qual è la posizione degli intellettuali italiani e quale la funzione dell’arte? Tra oggetti culturali che invecchiano facilmente e parole pace che assumono un significato sovversivo, l’arte deve riprendersi il proprio ruolo e porsi delle domande…

Mentre le nubi si addensano sull’Occidente, ma sempre con un retrogusto da tragicommedia, con punte di assoluta demenzialità che difficilmente saranno eguagliabili nel breve periodo; mentre Ursula von der Leyen dichiara “il tempo delle illusioni è finito, occorre riarmarci”; mentre la gente viene colta da un’ansia diffusa anche se per ora abbastanza indefinibile, senza rinunciare peraltro alla maggior parte dei comfort; mentre il ministro alla Sanità degli Stati Uniti, nipote di JFK convertitosi al vangelo di Trump, suggerisce agli allevatori di galline di lasciar sfogare, per così dire, il virus l’aviaria, per vedere un po’ che succede e preservare magari in seguito gli esemplari che avranno resistito, tra la costernazione e l’orrore degli scienziati per una proposta che sembra uno scherzo e non lo è; e mentre qui da noi – perché la nostra Penisola non si smentisce mai, essendo da sempre e per sempre, epoca dopo epoca, periodo dopo periodo, laboratorio, non si sa mai bene di che cosa… – gli “intellettuali” (tutti peraltro attempati, maschi e bianchi) sono riusciti a prodursi in numeri eccezionali nella loro specie, mettendosi a cantare le lodi dello spirito guerresco e manca poco della “guerra sola igiene del mondo”, tra citazioni colte e salti logici invidiabili, e preparando il terreno secondo loro a una risorgenza della voglia di conflitto.
La voglia di conflitto
Mentre accade tutto questo, e continua ad accadere, capita di mettersi a pensare in un piovoso pomeriggio pre-primaverile a come diavolo è stato possibile.
Allora, basta per esempio cominciare a considerare quanto e come, a quale livello cioè, pressoché tutte le figure gli eventi gli oggetti i movimenti i passaggi risalenti al 2016, 2017, 2018, 2019 sono invecchiati presto, e male. Da che cosa dipende questa obsolescenza precoce, prematura? Sicuramente l’aria che tira adesso non è affatto la stessa, per niente, anzi è quasi opposta rispetto a quel momento storico. Ma è solo una parte del fenomeno. Il Covid ha segnato uno spartiacque, un prima e un dopo, un momento cruciale: l’abbiamo detto più volte, ma forse non abbiamo ancora valutato appieno l’impatto che ha avuto sulla nostra esistenza individuale e collettiva, sociale, culturale, politica.
E non l’abbiamo fatto non perché non ce ne sia stato il tempo (sono passati cinque anni, del resto) ma per un preciso quanto indeterminato rifiuto. Una rimozione che è stata anche, e forse soprattutto, una cancellazione del racconto, della possibilità stessa di raccontare in maniera articolata e possibilmente creativa. Di rielaborare cioè quell’esperienza, imparando da essa. Forse perché quell’esperienza richiedeva di modificare urgentemente la nostra vita, di operare una revisione radicale dei nostri schemi; e allora, la risposta più semplice e completa è stata quella di accelerare ancora di più, di non dare e di non darci tregua, respiro, tempo.
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Come è cambiato il mondo della cultura
Ecco, il tempo: la sensazione è che in questi anni abbia subito delle torsioni abbastanza inedite, per cui cose che sembravano nuovissime appaiono oggi decrepite, e cose che invece sembravano antiche, remote, sepolte ritornano invece sulla scena con aria minacciosa.
La guerra: prima ancora di buttarci nello sciocchezzaio prodotto nelle settimane appena trascorse, camuffato da ammonimento paternalistico sui valori che dobbiamo difendere ad ogni costo, dovremmo soffermarci forse almeno un attimo a riflettere su come mai, improvvisamente, quasi dal nulla, decine di milioni di persone di tutte le età si trovano a riflettere sulla guerra. Cioè, non sulla guerra come entità astratta, ma sulla guerra come problema ed eventualità concreta, come possibilità pronta a materializzarsi alle nostre porte.
Il linguaggio della pace nella società del presente
Da qui poi agli eroi da salotto pronti a spiegare, senza spiegare ovviamente, perché il pacifismo sia un’opzione da idioti, o quantomeno da immaturi, da eterni adolescenti, da sognatori, è un attimo naturalmente (perché a uno o a uno che ti dice con tutta la serietà del mondo che ‘la pace si costruisce con la forza’, pretendendo anche che questo tronchi magicamente ogni discussione, che gli vuoi dire in fondo?). Ma non sto parlando di questo. Sto parlando di fermarci, e di pensare a come davvero sia possibile che, in poche settimane, virtualmente tutti i membri di una società tranne forse i bambini – i quali comunque immagino saranno influenzati a modo loro dall’atmosfera generale del momento, e staranno assorbendo le vibrazioni non benevole che sentiamo tutto attorno – si settino improvvisamente come una miriade di radioline su un argomento che ha molto a che fare con la geopolitica, oltre che con l’economia, quando quella stessa massa di persone difficilmente viene indirizzata su temi delle stesse aree.
Se non fosse inquietante, questo meccanismo collettivo sarebbe quasi magico.
Le funzioni dell’arte
Ecco, una delle funzioni dell’arte sarebbe questa: interrompere sul nascere un automatismo del genere, e indurre innanzitutto a interrogarsi, a porsi delle domande. A spacchettare gli argomenti che ci vengono propinati quotidianamente come già pronti, e a indagare la realtà e la nostra percezione di essa attraverso una sorta di prisma, che la scompone e ci fa vedere con chiarezza i principali punti di vista su di essa. Senza timore di paragonarsi uno all’altro, di ragionare su di essi e di compararli, senza accettare spiegazioni preconfezionate e semplificate.
L’arte è questo prisma insostituibile – e se oggi non riesce a proporsi come tale, a servire come tale, allora vuol dire che è quasi del tutto inutile.
Christian Caliandro
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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…