Modigliani a Montparnasse. La mostra a Livorno
Museo della Città di Livorno ‒ fino al 16 febbraio 2020. La mostra livornese ripercorre i legami parigini di Amedeo Modigliani, inclusi quelli con i suoi collezionisti.
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Jonas Netter è un uomo schivo e discreto, che rifugge la luce effimera dei riflettori. Ricco rappresentante di commercio, conduce una vita quasi clandestina a Parigi, dove nel 1915 si reca in prefettura per rinnovare i suoi documenti. Viene ricevuto dal prefetto Zamaron, appassionato d’arte, che gli mostra il dipinto di Maurice Utrillo appeso alla parete dell’ufficio. Netter ne rimane colpito e gli fa i complimenti: il prefetto rimane sbalordito e confessa che nessuno aveva mai notato il dipinto. Non solo: gli propone addirittura di incontrare Léopold Zborowski, il poeta e mercante d’arte polacco che gli aveva procurato il quadro. Netter e Zborowski si incontrano la domenica seguente: nessuno dei due immaginava che i loro destini si sarebbe uniti a quello di un artista italiano esule a Parigi: Amedeo Modigliani.
Questo è l’ideale incipit della mostra Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre, curata da Marc Restellini al Museo della Città di Livorno. Voluta da Livorno per festeggiare il centenario della morte di Modigliani, scomparso nel gennaio del 1920, in realtà la mostra è stata costruita dal curatore intorno alla Scuola di Montmartre, e in particolare a quegli artisti sostenuti da Netter e venduti da Zborowski. Tra questi spicca Dedo, che si lega con un contratto al mercante polacco nel 1916, dopo aver lasciato il suo precedente gallerista Paul Guillaume, che lo pagava con molto ritardo, e si affida completamente a Zborowski, che si può permettere di offrirgli 300 franchi al mese solo grazie al sostegno di Netter.
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Suzanne Valadon, Trois nus à la campagne, 1909, olio su cartone, 61 x 50 cm. Collezione Jonas Netter
LA MOSTRA
La mostra di Livorno inserisce le opere di Modigliani all’interno di questa narrazione, permettendo interessanti confronti con gli altri artisti della scuderia di Zborowski, rappresentati da opere di qualità. Per Suzanne Valadon spiccano magnifici nudi come Nu se coiffant (1916) e l’intenso Portrait de Gaby (La Gaby) (1917). Suo figlio Maurice Utrillo, molto apprezzato da Netter, è presente con 14 dipinti, tra i quali alcune poetiche vedute di Parigi, come Rue Muller à Momtmartre (1908) e Rue Norvins (1909). André Derain è rappresentato con un capolavoro come Les Grandes Baigneuses (1908) incredibilmente vicino alle Demoiselles d’Avignon di Picasso, terminato un anno prima, mentre del russo Chaïm Soutine abbiamo l’intera gamma della sua palette: vedute urbane, nature morte e paesaggi ma soprattutto una galleria di volti dai tratti espressivi, come La jeune femme (1915), La folle (1919) e La fillette au robe rose (1928).
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Amedeo Modigliani, Elvire au col blanc (Elvire à la collerette), 1917 o 1918, olio su tela, 92 x 65 cm. Collezione Jonas Netter
MODIGLIANI
E Modigliani? La sua sezione comincia dalle 17 opere su carta, che documentano il passaggio dai primi nudi naturalistici alla fase più geometrica, ispirata all’arte negra, per arrivare a Cariatide (bleue) (1913) che apre la strada alle donne dalle curve eccessive. Nei suoi ultimi anni di vita, Dedo lascia la scrittrice Beatrice Hastings (qui ricordata con un olio su tela del 1915) e si mette insieme alla giovanissima artista Jeanne Hébuterne, presente a Livorno con un’opera double face: Intérieur au piano (1918) e Adam et Eve (1919). I nove dipinti di Modì sono invece ritratti: uno più intenso dell’altro e tutti legati alla sua vita quotidiana, dal corniciaio Constant Lepoutre (1919) dal volto baffuto allo stesso Leopold Zborowski (1916) dalla barbetta rossa, fino al collega Chaïm Soutine (1916) dallo sguardo sofferente e alla tenera e pensosa Fillette en bleu (1918). Ma sono soprattutto i due ritratti dell’amata ad attirare l’attenzione: Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne) (1918) dal volto sensuale e scarmigliato, e Jeanne Hébuterne (Jeanne Hébuterne au henné) (1918).
“Jeanne era molto scura, aveva un’aria molto dolce e un volto regolare con occhi all’orientale e un che di sognante, assente”, così la descrive Modì. Le sue opere sono state molto amate da Netter, che ne acquistò diverse, nonostante fossero aspramente criticate e quasi invendibili. Durante la sua prima personale nel 1918 alla galleria Berthe Weill i suoi nudi in vetrina fecero scandalo e fu chiamata la polizia. Gli amici chiedevano a Netter come mai comprasse “tutte quelle porcherie”, ma il collezionista rimase convinto della sua scelta, sostenuta anche da Zborowski, che difendeva i propri artisti come un leone. È grazie a loro se dopo cento anni Dedo è tornato nella sua Livorno, con una mostra che racconta in maniera puntuale gli ultimi anni della sua vita a Montparnasse.
‒ Ludovico Pratesi
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