Spunta un nuovo murale a San Siro. Intervista all’artista Agus Rúcula

Agus Rúcula è un’artista urbana argentina. I suoi murales sono espressione dei linguaggi dei corpi e nascono dal confronto con chi abita i luoghi. L’abbiamo intervistata in occasione dell’inaugurazione della sua nuova opera nel quartiere di San Siro

Agus Rúcula (Argentina, 1991) studia Design Industriale a Buenos Aires, dove pone le basi per quello che sarà il suo metodo di lavoro nel mondo dell’arte, porsi molte domande: sui materiali, sulla funzione degli oggetti, sulla natura dei luoghi, sugli elementi necessari per raccontare una storia. 
In seguito all’esperienza del suo primo murale, nel 2012 a Buenos Aires, Rúcula rimane folgorata dall’arte di strada e decide di partire per fare esperienza in uno dei luoghi rappresentativi del muralismo sudamericano, la Colombia. Dopo un periodo di studio degli strumenti pittorici, non si ferma più: dipinge in Argentina, Ecuador, Brasile, Bolivia, Messico, Uruguay, Spagna e Italia
Per San Siro, insieme all’illustratrice milanese Elena Mistrello, ha creato un murale che indaga il tema del viaggio da due punti di vista, quello della volontà di scoprire e quello dell’abbandono dei propri luoghi d’origine. Il murale, inaugurato lo scorso 29 marzo e intitolato MUDEC CHIAMA SAN SIRO si trova al numero 11 in via Segesta, angolo via PrenesteNe parliamo con l’artista. 

Intervista ad Agus Rúcula

Raccontaci come nasce la tua arte
Durante il periodo della mia formazione in Disegno Industriale a Buenos Aires, non ero del tutto felice; ciò che mi mancava era sentirmi utile alla società e vedevo come lontana la possibilità che il cammino che stavo percorrendo potesse portare un valore aggiunto alla comunità.  È così che, nel 2012, iniziai a dipingere per strada. Lo facevo mentre studiavo. Il mio primo murale lo realizzai per rinnovare un edificio in una via molto conosciuta di Buenos Aires, Avenida Cabildo. Da subito, quell’esperienza mi sembrò incredibilmente divertente: mi piaceva lavorare circondata dal rumore di una strada vissuta, amavo persino il disagio della situazione, lo sforzo fisico… c’era qualcosa nella “non comodità” che mi attraeva molto. 

E poi?
Dopo quella sperimentazione andai in Colombia, dove cominciai a dipingere molto e non tornai in Argentina per diversi mesi. La mia intenzione era quella di rappresentare sui muri l’elemento umano dei quartieri, le aspettative della gente; capisco, per questo, cosa vogliano dire alcuni artisti europei quando descrivono la prospettiva dell’arte muraria sudamericana come “sociale”, perché effettivamente lo è. Io dipingo per me ma anche per la comunità; lo sento come un regalo agli altri e tengo sempre conto di quello che può scaturire in loro guardando la mia opera.

Il nuovo murale di Agus Rúcula a San Siro

Qual è il legame tra il tuo lavoro e il quartiere, come hai stabilito una connessione con gli abitanti di San Siro?
Mi piace lavorare in aree con delle specificità evidenti, diciamo più “problematiche”, perché tendo a sentirmici più legata. Sento che, in luoghi come San Siro, l’arte di strada possa assumere un valore molto più concreto, mentre in aree “meno popolari” può risultare più superficiale.

Come si è svolto il lavoro?

Il progetto di San Siro è stato piuttosto rapido nella sua fase di ideazione ed esecuzione ma, nonostante ciò, gli organizzatori ci hanno dato la possibilità di confrontarci molto con gli abitanti e gli studenti del quartiere. È stato di grande ispirazione, per esempio, partecipare a un laboratorio di collage i cui alunni erano principalmente ragazzi e ragazze di seconda o terza generazione.
Qualche settimana prima dell’esecuzione del lavoro, inoltre, sono stata nel cortile dell’edificio che avrebbe ospitato il murale e, davanti a una tazza di tè e qualche cioccolatino, mi sono presentata come artista e ho fatto amicizia con gli abitanti. A loro, sento, mi unisce il fatto di essere migrante. 
Per me, il metodo più umano per immaginare un murale è sedermi in silenzio e ascoltare le esigenze e le storie degli abitanti, senza mettere loro in bocca parole mie. Credo che non sia necessario, inoltre, romanticizzare le esperienze di chi vive le periferie, si può solo tentare di dar loro voce nel modo più rispettoso possibile. 

Qual è il tema del murale?
Il murale che abbiamo realizzato io ed Elena Mistrello – che si è occupata della parte più grafica e fumettistica – ha come soggetto il tema del viaggio, e, durante la fase di ideazione, abbiamo parlato molto della migrazione e degli aspetti meno patinati del viaggiare: il razzismo, le difficili condizioni di lavoro, il distacco dalla famiglia… 

Agus Rúcula e il genius loci

Pensi che il fatto di provenire da un luogo con un sentimento politico e di collettività così forte come l’Argentina ti abbia influenzata?
Credo che il fatto di considerare o meno d’intervenire nello spazio pubblico dipenda molto dalla qualità delle interazioni che hai nel luogo in cui vivi. Certamente, nella mia “vecchia” cittadina a un’ora e mezza da Buenos Aires, ero libera di dipingere, anche come donna da sola, senza sentirmi in pericolo, e respiravo la condivisione che si può avvertire in un luogo abitato da persone anziane con molte cose da raccontare. A Buenos Aires è frequente, inoltre, che gli artisti di strada realizzino opere durante le manifestazioni per cause sociali, soprattutto grandi poster in tessuto fatti a mano (carteles y pancartas), pittura per terra, paste up e stencil art. Gli argentini sono abituati a questo tipo di linguaggio. 

E la Colombia, come ha influito sul tuo lavoro?
È stata il mio battesimo, a livello di dinamica pittorica, soprattutto per il concetto di fare gruppo, condividere. Bogotà, la capitale, è praticamente ricoperta di tags, bombing e murales e questa appropriazione dell’area pubblica la rende molto viva. Al contrario, ci sono città in Europa pulitissime e ordinate che però mi fanno sentire una certa assenza, sembrano tacere qualcosa. 

Quali affinità riscontri tra i contesti in cui hai operato?
Una cosa che si fa molto nei quartieri popolari in America Latina, e che ho visto anche a San Siro, è il muralismo legato alla memoria e alla commemorazione, quello dei murales di denuncia sociale, fatti, ad esempio, per ricordare ragazzi e ragazze uccisi dalla polizia. Se l’attività è realizzata in gruppo diventa quasi un rituale, assume anche un valore simbolico utile per processare, come comunità, un fatto tragico. Talvolta si dipinge di notte, quando non ci si sente ascoltati, perché qualcuno di giorno legga ciò che si vuole esprimere. È un modo di avere voce. 

Hai riscontrato delle difficoltà?
Quando si fanno progetti come il nostro murale a San Siro sorgono anche delle perplessità: è giusto spendere una certa cifra per questo tipo di cose e non destinarla a intervenire strutturalmente sugli edifici? È una domanda lecita. Io personalmente credo che l’impatto visuale dei luoghi influisca sulla tua qualità di vita, quindi penso che abbia un senso. Il colore può cambiare anche la fama di un quartiere: una persona può sentirsi orgogliosa di abitarci perché c’è il murale dell’artista X che parla della tal cosa. Con il tempo, l’arte di strada può far inserire “nella mappa” un quartiere che prima non era preso in considerazione. Anche se, a questo proposito, dobbiamo sempre tenere presente anche il tema della gentrificazione delle aree.

Colori del murale MUDEC CHIAMA SAN SIRO, via Paravia ang. via Preneste, San Siro. Photo Agus Rucula
Colori del murale MUDEC CHIAMA SAN SIRO, via Paravia ang. via Preneste, San Siro. Photo Agus Rucula

Il corpo nella pratica artistica di Agus Rúcula

Rispetto alla rappresentazione dei corpi, come ti muovi?
La pubblicità a cui siamo esposti ha delle conseguenze terribili sui nostri occhi. Per questo, sento una grande responsabilità perché ho la possibilità di rappresentare un corpo su larga scala. Mi chiedo: a che discorso voglio dare voce? Quali corpi mancano nello spazio pubblico? (abbiamo già le gigantografie dei brand di lusso, non ci serve un’altra cosa come quella). 

Puoi fare un esempio?
Le donne sono tendenzialmente rappresentate con una rosa di emozioni e azioni limitata: sono piacevoli, sono sensuali, sono nell’atto di cura, sono materne, sono arrabbiate. Uno dei miei obiettivi è dare un contributo arricchente a ciò che “consumiamo” visualmente. Voglio che le persone che passano di fronte alla mia opera si facciano domande, soprattutto perché non tutti hanno la possibilità di andare nei musei e vivere l’arte nella propria giornata, per alcuni i murales sono un modo quotidiano e vicino per farlo. A livello della tecnica, i miei bozzetti prendono ispirazione di solito da mie foto. La fotografia per me è un mezzo potente e, nella maggior parte dei casi, mi faccio ispirare da essa, ascolto ciò che vuole dirmi la persona ritratta nella foto, il suo linguaggio del corpo. 
Di conseguenza, mi risulta più chiaro anche quello che io voglio realizzare. 

Helena Savoldelli

Libri consigliati:

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Redazione

Redazione

Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.

Scopri di più