Una Ventotene per la cultura. Però senza politichette 

La diatriba partitica di questi giorni ha il pregio di aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica il Manifesto di Ventotene, consentendone auspicabilmente la lettura ai molti che non ne sospettavano nemmeno l’esistenza

l Manifesto di Ventotene è un documento che, preso nelle sue dimensioni storiche, è senza dubbio figlio del proprio tempo e che, ad oggi, nel rileggerlo epurato delle dimensioni contingenti, potrebbe (dovrebbe?) infastidire non solo chi oggi vi si oppone, ma anche e soprattutto chi se ne fa portavoce. 

Il Manifesto di Ventotene un documento figlio del suo tempo 

Pur riconoscendone il limite temporale, quel manifesto, con le proprie indicazioni umane prima ancora che politiche, ha ancora molte lezioni da impartire al nostro sistema culturale; inteso come insieme eterogeneo di istituzioni, imprese, organizzazioni del terzo settore, professionisti e singoli individui che si impegnano per uno sviluppo concreto di una libera cittadinanza. Libertà che, senza richiamare la libertà “di” e la libertà “da”, passa inevitabilmente attraverso lo strenuo perseguimento di quegli ideali, dal carattere utopico, secondo cui gli individui dovrebbero trovare cassa di risonanza e piena espressione all’interno del sistema sociale e collettivo. 
Ideali, ambizioni e obiettivi che oggi, pur essendo formalmente condivisi da tutti, non solo son ben lontani dall’essere raggiunti, ma hanno anche smesso di venire concretamente perseguiti.  
Evitando di riproporre stralci del Manifesto, che pur con parvenza di imparzialità sarebbe in ogni caso un’operazione faziosa, è però possibile affermare che nel documento – di cui si consiglia vivamente la lettura – sono presenti ambizioni che sono state recepite come condizioni socialmente desiderabili anche all’interno del nostro sistema democratico. 

Il ruolo della scuola nel Manifesto di Ventotene 

È il caso ad esempio del ruolo della scuola, che il documento (attualizzandone i contenuti) auspica venga garantita ai più idonei, non solo ai più ricchi, al fine di sviluppare le competenze necessarie a tutte le tipologie di professioni; tenendo conto delle istanze di ciascun cittadino, e dando la possibilità di utilizzare le competenze acquisite all’interno del mercato del lavoro. 
Principi che sopravvivono nella nostra democrazia attraverso la Costituzione, con il riconoscimento dell’importanza della cultura come elemento imprescindibile della natura umana. La Carta, infatti, afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. 
Il punto dunque non è tanto se il Manifesto ponga le basi dell’Europa così come la immaginiamo ora; ma è piuttosto comprendere cosa non abbia funzionato. Soprattutto, comprendere quali possano essere i principi di quel Manifesto che ancora oggi sono espressione della visione del Paese. Per capire quali obiettivi siano effettivamente stati raggiunti; quali siano ancora da perseguire ed eventualmente quali sarebbero i soggetti e le modalità più idonei a conseguirli. 

Il Manifesto di Ventotene in rapporto all’attualità 

È molto più che evidente, ad esempio, che il settore pubblico, nel quale il Manifesto ripone molte speranze, non rappresenti oggi lo strumento che realmente persegue le condizioni ivi postulate. È innegabile che la qualità dell’istruzione non sia ugualmente distribuita sul territorio nazionale; così come è innegabile che in ogni città esistano, a torto o a ragione, degli istituti di serie A e degli istituti di serie B. 
È molto più che evidente, però, che non può il solo settore privato sviluppare tale tipologia di “politica”: non essendo direttamente remunerativa. Una scuola interamente privata andrebbe a posizionarsi su un continuum di segmentazione domanda-offerta, fornendo una qualità del prodotto coerente con il prezzo che i propri clienti sarebbero disposti a pagare per tale attività. Condizione che, si badi bene, pur a parità di disponibilità di reddito, dipenderebbe dalla volontà delle famiglie; dalla loro inclinazione e dal loro retaggio culturale. 

Camera dei Deputati, le dichiarazioni programmatiche del Governo Meloni, still da video
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La cultura in senso ampio, oltre la formazione 

Adottando poi un concetto di cultura più realistico e pertanto distinguendolo dalla sola formazione, è altrettanto evidente che oggi, a dispetto delle potenzialità comunicative, sia il settore pubblico che il settore privato abbiano difficoltà a coinvolgere la popolazione e i cittadini nella costruzione di una visione eterogenea, non omologata, non profilata. 
Né tantomeno l’interrogativo su cosa non abbia funzionato riecheggia nelle riflessioni, tanto politiche quanto culturali: delegando il concetto di cultura alla comunicazione e il concetto di accessibilità a quello di disponibilità, sono stati dismessi i più grandi obiettivi che chi si occupa di cultura dovrebbe perseguire. 

Quantitativi e non qualitativi: questi gli interrogativi perseguiti dal sistema culturale  

Interrogativi che invece spingerebbero a valutare in modo più realistico e concreto il nostro sistema culturale, riportando la riflessione su quello che conta davvero della cultura. Oggi si misurano i visitatori annui; non quello che hanno appreso; o il numero visite ripetute. Si contano gli spettatori al cinema nei primi 15 giorni di programmazione di un film; condizione che, evidentemente influenzata anche da altre pianificazioni e distribuzioni, determina condizioni di vantaggio all’interno del mercato che possono viziare il risultato, rispetto alla reale validità dell’offerta. Dinamiche analoghe si riscontrano in quasi tutti i settori culturali, nel pubblico e nel privato, con una serie di gravi distorsioni, spesso nascoste da complicatissimi ragionamenti. 
La risposta è in fondo molto semplice: nell’attuale sistema culturale, a tutti i livelli, c’è tendenzialmente chi “vende” e chi “dona”. Pochi sono invece coloro che la cultura la “condividono”. È possibile stimolare la domanda all’infinito, ma se non si stimola l’esigenza di cultura da parte dei cittadini, è difficile che si ottengano davvero quei benefici ben noti a chi conosce l’esigenza di cultura. 
 
Stefano Monti 
 
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Stefano Monti

Stefano Monti

Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di…

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