

Un artista essendo un animale sociale come qualsiasi essere umano, inevitabilmente si assume delle responsabilità partecipando alla società in cui vive. Sia che si dimostri pro o contro una questione o che si comporti in modo indifferente. Bisogna anche essere consapevoli che oggi il ruolo dell’artista, di qualsiasi disciplina si tratti, non sia più così incisivo come alcuni decenni fa perché oggi i punti di attrazione sono altri. Ciò non toglie che l’artista con la propria opera produca un sogno che può servire a sensibilizzare il pubblico su alcuni argomenti. L’artista non deve nemmeno dimenticare che il suo compito sia creare poesia, ma come ci insegnano Brecht e Beuys sappiamo anche che la poesia può essere impegnata. La differenza tra l’espressione impegnata e la retorica è data dalla capacità linguistica, dalla consapevolezza del proprio ruolo e dalla maturità dell’artista stesso.
Luca Vitone, artista

Viviamo in un’epoca in cui la libertà individuale e collettiva è minacciata sotto molteplici forme: dal patriarcato, dal capitalismo sfrenato, dalla sorveglianza di massa, dalla distruzione dell’ambiente. Le disuguaglianze si acuiscono, i diritti vengono erosi da nuovi autoritarismi, ci troviamo in un momento della storia molto complesso e preoccupante. L’arte non può essere separata dalla vita, perché ogni creazione è radicata nel contesto in cui prende forma. L’artista, come l’intellettuale, ha una responsabilità: non può rifugiarsi in una sterile estetica, ma può e deve interrogarsi sul mondo e contribuire a metterlo in discussione: la questione non è se l’arte debba occuparsi del reale, bensì come lo fa. Il rischio della didascalia esiste solo se pensiamo all’arte come a una forma di autorità, come a un oggetto che deve “insegnare” qualcosa a un pubblico passivo. Ma se ribaltiamo questa logica, se rifiutiamo l’artista come figura sacralizzata e invece la pensiamo come parte di un processo collettivo, allora il problema non si pone più. L’arte non deve “educare” il pubblico, deve spingerlo a esistere, a prendere parola, a ribellarsi. Non mi interessa un’arte che racconta il mondo senza metterlo in discussione. Mi interessa un’arte che smette di essere compiacente, che non cerca di piacere, che rompe, che si sottrae, che lascia spazio al vuoto da cui può nascere qualcosa di nuovo. L’arte non deve adattarsi all’attualità, deve disfarla. Non si tratta di trasformare l’arte in propaganda, ma di riconoscerne la portata trasformativa. Perché, in fin dei conti, l’arte è sempre un atto di libertà – e la libertà è, oggi più che mai, una conquista da difendere.
Elena Bellantoni, artista

Il presente passa, l’arte di meno. È importante prendere posizione rispetto allo scenario del mondo dell’arte e della società, ma non con le opere. Le opere sono e devono restare autonome, a distanza dalla realtà, com’è la natura dell’arte. E nessuno vive in una torre d’avorio e quindi i significati e concetti si rincorrono e passano in tanti modi. Non ci sono temi urgenti perché l’arte ha a che fare in qualche modo con l’urgenza. Poi arrivano quelli del realismo, che credono di essere come Pasolini o che mettono gli alberi d’ulivo in mostra, che credono di cambiare il mondo o combattere, che so, il capitalismo o l’inquinamento. Auguri. Il fatto è che chi è per un’arte impegnata presuppone che sappia la differenza fra bene e male. Ancora auguri. Quando venne censurato Ultimo Tango a Parigi, nel 1976, i difensori della causa contro la censura, che poi persero, cercarono di ribadire l’assoluta indipendenza dell’arte dall’atto morale.
Flavio Favelli, artista

È del tutto ovvio che lo sterminio e la distruzione finalizzata alla trasformazione di una comunità in una “riviera” di lusso con tanti posti di lavoro da cameriere, suscitino indignazione e rabbia. Cionondimeno, chi si occupa di ricerca artistica non dovrebbe cadere nella trappola di tale ovvietà, e fraintendere una presa di posizione indiscutibilmente giusta per un’opera d’arte indiscutibilmente buona.
L’urgenza, per l’arte, non cambia: aprire possibilità per il pensiero e “ridistribuire”, anzi ampliare, l’accesso alle svariate forme del sensibile – sensazioni e significati, articolazione del linguaggio e consapevolezza critica, olfatto e spiriti, manufatti e danze.
Tenere attiva, anche di fronte all’orrore, e prima di tutto dentro di sé, l’idea che la ricerca artistica è una dinamis che elabora le contraddizioni e non una riduttiva semplificazione antagonista. Disattivare gli atteggiamenti punitivi che, al fondo, sono forme di moralismo, che confermano i valori cui ci si voleva opporre. Rileggere, ancora, Nietzsche.
Cesare Pietroiusti, artista

Dare forza e visibilità a tematiche di estrema urgenza è sempre complesso, gli artisti devono avere quell’alta dose di ironia e lirismo per non cadere nella retorica. In quest’ottica credo Mario Merz con l’opera Che fare?, possa rispondere alla questione posta. Nel 1968 poneva la fatidica domanda leniniana dando voce ai dubbi che correvano nei movimenti studenteschi, una domanda esistenziale quasi una chiamata alle armi ai movimenti artistici dell’epoca. Personalmente ho sempre preferito le allusioni alle declamazioni, l’arte dovrebbe risvegliare un erotismo sottile e magnetico, trasportando lo spettatore in un vortice di sollecitazioni e altre aperture che altrimenti rimarrebbero semplici asserzioni giornalistiche. Gli artisti fungono da recettori potenti della realtà, mentre noi curatori dovremmo essere degli attenti portavoce delle idee e dei messaggi che ci vengono proposti. In particolare, credo l’arte pubblica e partecipata possa essere un potente strumento di riflessione, incarnando le tensioni, le speranze e le contraddizioni della società.
Benedetta Carpi de Resmini, curatrice

La data è quella del 27 aprile 1934. A Parigi Benjamin tiene un eccezionale discorso dal titolo L’autore come produttore. Attacca subito con la questione se l’autore debba essere libero di non schierarsi oppure se debba invece seguire una tendenza. A differenza dell’autore borghese che non riconosce nessuna alternativa e si disinteressa del problema. Che dire? La storia si ripete e, purtroppo, non come farsa… Invitavo la cultura a prendere posizione già prima che ci trovassimo in questa drammatica situazione e adesso ci siamo dentro fino al collo: ritorno della censura di stato, sospensione nei musei americani del programma DEI, commissioni disciplinari a documenta, chi più ne ha più ne metta. A quando la riedizione della mostra sulla Entartete Kunst? Eppure, ci siamo riusciti. Non è vero che andavamo matti per Scene and Herd di Artforum, per la Top 100 di Art Review e per Claudia Schiffer alla Frieze Art Fair? Grazie all’arte siamo riusciti a far ri-apparire la ricchezza un fatto naturale! Così come il museo occidentale dissimulava il carattere criminale della storia istituendosi a deposito dell’universale. Mi pare che la cultura sia giunta al capolinea. Sennò ci sono sempre “i telefoni bianchi”.
Marco Scotini, curatore

Ci sono artisti come Giulio Paolini che hanno rivendicato in tutti i modi la necessità di un’autonomia dell’arte e pure sono stati in grado, con i loro lavori, di stimolare riflessioni urgenti e attualissime (nel caso di Paolini la crisi dell’io, lo statuto dell’immagine e del contesto entro cui le immagini si muovono e operano). Chi ha esplicitamente espresso la necessità di occuparsi di attualità attraverso l’arte non sempre si è dimostrato altrettanto incisivo. Personalmente sono interessata a chi, più che porsi come interprete di realtà complesse troppe volte banalizzate in chiave poetica, ha il coraggio di mettersi in gioco in prima persona, veicolando attraverso il proprio lavoro questioni che lo toccano da vicino, intercettando sofferenze comuni alla generazione di cui fa parte, non di rado sintomatiche di storture sistemiche a maggiore scala: penso ad artisti come Antonio Della Guardia, o a Luca Marcelli Pitzalis, che attraverso il loro lavoro mettono al centro le problematicità del sistema entro cui si muovono, assumendo le contraddizioni che questo comporta.
Benedetta Casini, curatrice

Credo che l’arte abiti uno spettro che comprende molteplici approcci e possibilità, più o meno legati all’attualità ma comunque espressioni della nostra epoca da registrare. Allo stesso tempo il posizionamento non è qualcosa da relegare esclusivamente all’opera, anzi talvolta la cosa può risultare opportunista, ma piuttosto da esprimere nella pratica, le metodologie, lo spazio discorsivo che l’artista costruisce intorno al proprio lavoro. In questo spettro poi esistono artistə, che sono forse quelle/i con le/i quali mi trovo più spesso a lavorare, che scelgono questo posizionamento etico, che è quindi intrinsecamente politico, nel modo in cui lavorano, nei temi che li interessano e li preoccupano, ma non per questo l’opera risulta in una formalizzazione didascalica. Ciò che, ad esempio, ricerchiamo a sosteniamo col progetto Visible da quindici anni, sono quegli artisti che si dedicano, in maniera più o meno esclusiva, a processi di lungo termine per immaginare, attraverso l’arte, possibili soluzioni ai problemi che affliggono la nostra contemporaneità.
Matteo Lucchetti, curatore

È più rivoluzionario un quadro come L’origine del mondo di Gustave Courbet che tante installazioni di fili spinati o di immagini di combattimenti e distruzioni. Quando l’arte cammina sul bordo del baratro tra retorica e aspetto didascalico è sempre perdente, soprattutto oggi quando stiamo attraversando un incredibile momento storico che va assaporato e analizzato in ogni aspetto. Non credo in quegli artisti, curatori, collezionisti, istituzioni pubbliche e private che mascherano un’idea di partecipazione rincorrendo un pensiero comune totalmente pilotato. Non credo nemmeno negli ignavi che fuggono dalle responsabilità per nascondersi nella fantasiosa purezza neutrale dell’arte. Ma ancor più non credo nelle ‘anime belle’ pronte a scandalizzarsi e a indicare colpevoli e maligni ovunque non si concordi con loro. Mi piace invece credere nelle solide realtà: artisti, curatori, collezionisti, istituzioni pubbliche e private che diffidano dell’opinione pubblica, che scrutano le informazioni, che rifiutano vicinanze inutili o dannose, che non devono esibire la loro rocciosa presenza, che conservano l’autonomia del pensiero. Allora, solo a questi è concesso di incidere sulla realtà, allora solo questi potranno scrutare dalla cima il ‘mare di nebbia’, solo loro potranno creare, presentare, acquistare, sostenere anche un piccolo acquarello che potrà essere più esplosivo di una molotov.
Danilo Eccher, curatore

L’artista si relaziona sempre al suo tempo, non in modo didascalico ma ribaltando il punto di vista e offrendo nuove prospettive. Non esistono temi più urgenti di altri: tutto lo è, e l’artista sa scavarne nel fondo la complessità. Per non sembrare astratta, faccio un esempio. Quando Marina Abramović lo scorso giugno al Festival di Glastonbury ha chiesto 7 minuti di silenzio a 200mila persone dicendo: “Stiamo davvero affrontando un momento oscuro della storia umana. Quindi cosa si può fare? Penso sempre che la violenza porti più violenza, la rabbia porti più rabbia. Qui, cerchiamo di fare qualcosa di diverso: possiamo davvero dare tutti insieme amore incondizionato l’uno all’altro, possiamo cambiare il mondo”, ha mostrato pubblicamente ciò che l’arte rende possibile. Un’utopia? Un rischio? Un intervento pretenzioso? Forse. Ma sicuramente quelle 200mila persone non dimenticheranno di aver vissuto un’esperienza incredibile, unite come un corpo collettivo, impegnate in un obiettivo comune.
Cecilia Guida, curatrice

Dall’arte, da un dipinto, da un brano musicale, da una performance io mi aspetto di essere sorpresa, commossa, folgorata, riorientata o disorientata. Vorrei che mi invitasse a lasciarmi abitare da pensieri nuovi. E, possibilmente, dalla bellezza, non dall’ennesima cronaca dei fatti. Per questo non potrei mai suggerire a un artista di quali temi si dovrebbe occupare. Non credo che fare politica sia compito dell’arte, anche se a volte accade (mi riferisco a Géricault, a Picasso, a Richter, solo per fare alcuni esempi). Penso che quello dell’arte debba essere, per chi la produce, uno spazio totalmente libero in cui esprimersi. Saranno poi le opere a inaugurare un dialogo, probabilmente diverso, possibilmente fertile, con ciascuno degli spettatori. Ovvio che tutti noi, artisti e non artisti, mentre assistiamo alle stesse tragedie, alle stesse esplosioni di bellezza e di orrore, abbiamo la responsabilità di prendere una posizione e di far sentire la nostra voce.
Elena Quarestani, Assab One
Santa Nastro
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