5 mostre da vedere a Dublino a primavera 2025

Dalle foto del Prix Pictet alla reinventata tradizione polacca di Katarzyna Perlak, passando per la riflessione sull’apprensione di Hamad Butt e le tele di Eleanor McCaughey e Brian Harte. Tutta l’arte da vedere a Dublino in questa primavera

Dublino continua a confermarsi una città dal fermento culturale inesauribile, capace di accogliere e valorizzare artisti di rilievo internazionale. In questi mesi, le gallerie dublinesi ospitano mostre che affrontano tematiche globali e contemporanee, offrendo una riflessione profonda su questioni di identità, memoria e vulnerabilità.

© Photo Museum Ireland - Prix Pictet Human Exhibition © Prix Pictet Human
© Photo Museum Ireland – Prix Pictet Human Exhibition © Prix Pictet Human

Prix Pictet. Human – Photo Museum of Ireland 

Il Photo Museum of Ireland ospita fino al 20 aprile 2025 l’ultima edizione del Prix Pictet, dopo la sua tappa londinese al Victoria & Albert Museum. Il tema di quest’anno, Human, esplora attraverso le opere di dodici fotografi internazionali le molteplici sfaccettature dell’esperienza umana, dalla migrazione ai diritti civili, dalle culture indigene agli effetti dell’industrializzazione. La vincitrice di quest’anno, l’indiana Gauri Gill con la sua serie Notes from the Desert, documenta con sensibilità e rispetto le comunità rurali dell’India, utilizzando un approccio basato su quello che definisce ‘ascolto attivo’, un metodo che pone al centro della sua ricerca il dialogo con le comunità. Il suo lavoro si distingue per l’uso del bianco e nero e per la narrazione intima che emerge dagli sguardi e dai gesti quotidiani.
Tra gli altri fotografi in mostra, Federico Ríos Escobar, vincitore del People’s Choice Award, offre un reportage straziante sui bambini migranti attraverso il Darién Gap, mentre Alessandro Cinque denuncia le violazioni dei diritti umani in Perù con immagini crude e potenti. Hoda Afshar, invece, esplora le credenze delle isole dello Stretto di Hormuz attraverso un linguaggio simbolico e poetico. Cio’ che colpisce in questa mostra non è solo la qualità estetica delle opere, ma la loro capacità di porre interrogativi sul nostro tempo. Le fotografie presentate non si limitano a documentare: esse interrogano, provocano e invitano a riflettere sul concetto stesso di umanità.

Fino al 20 aprile
Prix Pictet. Human
PHOTO MUSEUM OF IRELAND
Meeting House Square, Temple Bar
Scopri di più

Hamad Butt, 'Two Figures with Lightbulb' (Circa. 1982-84) Oil on canvas, 137 x 122 cm. Courtesy of Jamal Butt
Hamad Butt, ‘Two Figures with Lightbulb’ (Circa. 1982-84) Oil on canvas, 137 x 122 cm. Courtesy of Jamal Butt

Hamad Butt – IMMA

Le opere del controverso artista pakistano Hamad Butt (Lahore, 1962 – Londra, 1994) superano per la prima volta dai confini britannici con Apprehensions, una retrospettiva densa di tensione e simbolismo che occupa i tre piani delle Garden Galleries dell’IMMA (Irish Museum of Modern Art) fino al 7 settembre. “Voglio parlare di paura. Voglio sfruttare la parola Apprensioni per le sue associazioni con l’arrestare, afferrare, comprendere e temere”. Con queste parole Butt sintetizza il cuore della sua ricerca artistica, che mescola scultura, installazione e alchimia per affrontare temi ancora oggi dolorosamente attuali: la precarietà, la diffusione dei virus, l’omofobia e il razzismo, trasformando la paura in un’esperienza estetica e concettuale. Scomparso prematuramente nel 1994, Butt è stato uno dei primi artisti britannici a rispondere in modo concettuale alla crisi dell’HIV/AIDS, costruendo un linguaggio visivo che si affida a metafore alchemiche e materiali pericolosi. Il suo lavoro invita a riflettere su processi di trasformazione, instabilità e paura, immergendo lo spettatore in un’esperienza sensoriale e psicologica intensa. La mostra riunisce per la prima volta alcune delle sue opere più iconiche, tra cui Transmission e la trilogia Familiars. Se la prima, con i suoi libri di vetro illuminati da luce UV, evoca una conoscenza fragile e minacciosa, la seconda introduce un elemento di rischio fisico attraverso sculture contenenti gas letali come cloro, bromo e iodio. Le opere di Butt non sono solo metafore del pericolo, ma veri e propri dispositivi di tensione. L’arte diventa qui un esperimento sensoriale e psicologico, un territorio in cui bellezza e minaccia si sovrappongono, invitando lo spettatore a riflettere sulla vulnerabilità della condizione umana.

Fino al 7 settembre
Hamad Butt. Apprehensions
IMMA – Irish Museum of Modern Art
Royal Hospital Kilmainham
Scopri di più

Eleanor McCaughey – Kevin Kavanagh Gallery

Per Eleanor McCaughey, rappresentare un sentimento o un interrogativo non è mai un processo lineare. La sua mostra presso la Kevin Kavanagh Gallery, visitabile fino al 19 aprile, è un’immersione nel suo metodo unico di decodifica della realtà, un viaggio tra simboli e metafore che interrogano la natura dell’esistenza e dell’identità. McCaughey costruisce narrazioni visive aperte, in cui ogni elemento appare carico di riferimenti e rimandi. Il suo interesse per il corpo come archivio di esperienze vissute si traduce in tele dove la materia pittorica diventa un mezzo per interrogare l’identità e la memoria. Uno degli aspetti più affascinanti del suo lavoro è la riflessione sul rapporto tra credere e conoscere, tra il vissuto emotivo e la percezione della realtà. Il suo linguaggio pittorico, sempre in divenire, riesce a catturare questa tensione, trasformando la tela in una finestra su uno stato mentale fluido e in costante trasformazione.

Fino al 19 aprile
Eleanor McCaughey. When you open your door to a mountain
KEVIN KAVANAGH GALLERY
Chancery Lane
Scopri di più

The Irish premier of international photography prize, Prix Pictet Human at Photo Museum Ireland © Photo Museum Ireland
The Irish premier of international photography prize, Prix Pictet Human at Photo Museum Ireland © Photo Museum Ireland

Brian Harte – Molesworth Gallery

Alla Molesworth Gallery, la mostra To The Harbor Place, aperta fino all’11 aprile, offre uno sguardo sulla pittura di Brian Harte, artista irlandese noto per le sue opere che oscillano tra astrazione e figurazione. La sua pittura è un’indagine sulla relazione tra il familiare e l’indistinto. Osservare un’opera di Harte è come entrare in una storia interrotta. Non è chiaro se si assiste a un momento cruciale o alle conseguenze di un evento già accaduto, se la scena è in divenireo se sia solo il residuo di un’azione passata. Questa indeterminatezza temporale rafforza il senso di intimità: il suo lavoro suggerisce più di quanto espliciti, lasciando aperte molteplici possibilità interpretative.
I suoi interni sono caotici e ricchi di dettagli: piastrelle, sedie, lampade, quadri incorniciati emergono da pennellate gestuali e materiche. L’artista gioca con il concetto di finito e non finito, lasciando che le figure rimangano in uno stato di transizione, come se fossero ancora in fase di definizione. Questa ambiguità visiva sfida lo spettatore, spingendolo a cercare riferimenti nel caos apparente della composizione. Il titolo della mostra, To The Harbor Place, suggerisce un viaggio, un passaggio dall’intimità domestica verso il mondo esterno. Harte stesso afferma di aver preso ispirazione dalla sua casa e dalla sua famiglia come punto di partenza, ma di aver poi ampliato il suo orizzonte verso spazi più ambigui e paesaggi indefiniti. Questo movimento tra il personale e l’universale, tra il rifugio e l’ignoto, è il cuore pulsante della sua poetica.

Fino all’11 aprile
Brian Harte. To The Harbor Place
MOLESWORTH GALLERY
16 Molesworth Street
Scopri di più

Katarzyna Perlak. Better a Bare Foot Than None, TEMPLE BAR GALLERY & STUDIOS
Katarzyna Perlak. Better a Bare Foot Than None, TEMPLE BAR GALLERY & STUDIOS

Katarzyna Perlak – Temple Bar Gallery & Studios

Nel cuore di Dublino, la Temple Bar Gallery & Studios ospita fino al 4 maggio Better a Bare Foot Than None, la mostra personale di Katarzyna Perlak, artista polacca che esplora il rapporto tra memoria, identità e tradizione attraverso un’estetica che unisce artigianato, installazione e video. Il suo lavoro si radica nelle tradizioni popolari della sua terra d’origine, attraversandole con uno sguardo critico, e rileggendole con prospettive femministe e queer. Attraverso il concetto di “tender crafts” (artigianato tenero), Perlak trasforma pratiche manuali spesso marginalizzate, come il ricamo, la tessitura e la decorazione domestica, in strumenti di resistenza e reinterpretazione culturale. Le sue opere non si limitano a rievocare il passato, ma lo smontano, lo rielaborano e lo riscrivono, sfidando le narrazioni storiche dominanti e affermando la presenza di storie queer e migranti troppo spesso cancellate. Per la mostra, Perlak si concentra sui Pajaki, un elemento specifico del folklore polacco, lampadari ornamentali di carta tradizionalmente realizzati per celebrazioni religiose e pagane. Questi simboli di protezione domestica, nelle mani dell’artista diventano icone di appartenenza queer e migrante. Assemblando fiori artificiali, fotografie scartate e orologi smontati, le sue sculture intrecciano il personale con il politico, creando un dialogo tra nostalgia e possibilità. Il lavoro di Katarzyna Perlak non è solo un atto di recupero della tradizione, ma una sua reinvenzione critica. Le sue opere invitano a ripensare il patrimonio culturale non come qualcosa di statico e immutabile, ma come un territorio in costante trasformazione, aperto a nuove interpretazioni e connessioni.

Fino al 4 maggio
Katarzyna Perlak. Better a Bare Foot Than None
TEMPLE BAR GALLERY & STUDIOS
5-9 Temple Bar
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Michela Sellitto

Michela Sellitto

Dopo aver completato gli studi in Architettura presso l’Università Federico II di Napoli, Michela Sellitto (Salerno, 1983) ha seguito la sua passione per l’arte, lavorando come assistente gallerista e guida turistica in musei e gallerie. Nel 2020, durante un viaggio…

Scopri di più