Goshka Macuga – Desperate men, men with broken teeth and broken minds and broken ways

“Desperate men, men with broken teeth and broken minds and broken ways”, la prima mostra personale di Goshka Macuga nella galleria di Milano.
Comunicato stampa
Vistamare è lieta di presentare "Desperate men, men with broken teeth and broken minds and broken ways", la prima mostra personale di Goshka Macuga nella galleria di Milano.
L’entropia impressa nel paesaggio racconta una storia di trasformazione perpetua, un flusso incessante in cui creazione e distruzione si intrecciano di continuo. Il tempo avanza inesorabile, imprimendo la decadenza nella trama dell’esistenza; sussurrando la promessa di un nuovo inizio. La terra, in continuo mutamento, porta con sé il peso greve di questo ritmo, oscillando tra rovina e rinascita, caos e armonia.
I paesaggi non sono mai davvero immuni al disordine, anche se spesso li immaginiamo come simboli risolti di stabilità. Le forze catastrofiche, che siano le calamità naturali o le guerre, frantumano in un istante l’ordine conosciuto. Eppure, dopo il disastro, si disegna un nuovo orizzonte: campi di detriti, morfologie stravolte, ecosistemi in bilico. Nel cuore delle macerie, la natura si rimette in moto. Erosione, agenti atmosferici e lenti mutamenti segnano il cammino verso un nuovo fragile equilibrio, sempre diverso, ma mai completamente sconfitto.
Il progresso, certo, richiede sacrifici: abbandonare il vecchio per far spazio al nuovo. Dalle ceneri della distruzione nasce un’epoca diversa. Gli artisti, come alchimisti, hanno da sempre usato la distruzione come critica e motore di trasformazione. Nei momenti di crisi, la loro opera e’ diventata e continua a essere un richiamo, una scintilla che innesca mutamenti. Ma resta una domanda fondamentale: la distruzione è solo un riflesso inquieto della nostra coscienza in evoluzione o una forza primordiale intrecciata tanto all’ambizione umana quanto ai moti irrequieti del pianeta?
La mostra "Desperate men, men with broken teeth and broken minds and broken" di Goshka Macuga si inserisce in questo discorso. Le sue tele testimoniano cataclismi naturali e impulsi distruttivi dell’uomo: guerre, devastazioni ambientali, eruzioni vulcaniche, profonde cicatrici impresse sulla terra. Tra queste un dipinto del 1996, l’unico a testimoniare una fase precoce d’interesse dell’artista per il mezzo pittorico — altrimenti espresso solo nelle opere più recenti — mostra un cane solitario, forse un lupo, disperso in un paesaggio desolato. È un’eco di Buck da Il richiamo della foresta di Jack London, emblema di sopravvivenza e di crudele solitudine. Come il bagliore di un’esplosione o il fumo di un’eruzione, questa presenza ritorna di frequente nel lavoro dell’artista. La sua pittura non cercava prima e tanto meno lo fa ora di dominare il mezzo espressivo, ma ne espande il linguaggio, sciogliendo il soggetto e il paesaggio in un unico respiro instabile.
Charles Bukowski scriveva: «Non mi piacciono i ragazzi ben rasati, con la cravatta e un buon lavoro. Mi piacciono gli uomini disperati, con i denti rotti, le menti spezzate e i modi distrutti. Sono loro a sorprendermi. Sono pieni di esplosioni». E con queste parole lo scrittore statunitense intendeva celebrare ciò che è grezzo e imperfetto, le stesse forze che plasmano i paesaggi e l’esperienza umana. L’entropia non è ordine, ma rottura, resilienza e reinvenzione. Come gli uomini disperati di Bukowski, i dipinti di Macuga rifuggono il levigato e indagano i luoghi della frattura, dove esplosioni di colore evocano guerre, traumi e crolli ambientali. Le sue tele non raccontano storie lineari, ma si fanno instabili e imprevedibili. La figura solitaria che attraversa il paesaggio selvaggio è simbolo tanto di resistenza quanto di trasformazione.
La nuova serie di dipinti in mostra non si presenta isolata, ma immersa in un paesaggio che si fa scenario e dispositivo. L’ambiente si trasforma in un’ideale grotta: un paesaggio scultoreo popolato da stalattiti e stalagmiti, forme che colano e si stratificano nello spazio, generando una sorta di habitat all’interno del quale i dipinti trovano riparo. Formazioni rocciose che incorniciano le tele o si prestano a fungere da postazioni d’osservazione su cui sostare. Non si tratta solo di un espediente formale, ma di un ritorno consapevole a un’immagine primordiale che appartiene al vocabolario di Macuga fin dai suoi esordi, quando allestì le opere all’interno di una caverna di cartapesta, in Cave prima e poi in A Mountain and a Vallery (1999). Ora però si aggiunge la qualità del tutto nuova di manifestarsi come oggetti di scena cinematografici, espressioni convincenti di un’archeologia che subentra nel momento stesso in cui vengono messi al mondo per essere subito dismessi. All’interno della grotta crescono come un organismo intorno ai dipinti, trasformando lo spazio espositivo in un ambiente immersivo e perturbante.
Qui entra in gioco anche un senso di horror non inteso come semplice estetica del macabro, ma come linguaggio politico. L’horror, nella visione di Macuga, si fa strumento per mettere a nudo i processi di collasso, disfacimento e crisi che attraversano tanto la storia umana quanto quella ambientale. In questa “selva orrorifica pop” la pittura stessa si fa grotta in una tela: la superficie pittorica diventa estensione dello spazio, e lo spazio stesso sembra riflettere l’immaginario dell’artista.
Così la grotta, archetipo di rifugio e di origine, luogo ancestrale della narrazione umana, si trasforma ora in una trappola organica e visionaria, che incapsula la pittura e insieme la amplifica, portandola oltre la tela, nel regno dell’informe e dell’inquieto. E in questa grotta trovano spazio anche le immagini di razzi che tentano disperatamente il decollo, simboli ambigui di esplorazione e di fallimento, eco evidente del progetto GONOGO di Macuga, in cui ogni slancio verso l’altrove può trasformarsi in caduta, e ogni ascesa resta sospesa tra ambizione e rovina.
Milovan Farronato
da una conversazione tra Goshka Macuga e Milovan Farronato
Goshka Macuga (Varsavia, 1967) è un'artista multidisciplinare che mescola diverse forme di espressione in una narrazione complessa e significativa. La sua opera si basa sulla ricerca storica e d'archivio, costruendo un ponte tra la documentazione storica e la verità e mettendo in discussione la storiografia, le strutture politiche e le questioni più urgenti del nostro tempo, come forma di critica istituzionale. Macuga fa emergere affinità e connessioni, rivelando ciò che altrimenti sarebbe passato inosservato. L’artista svela connessioni e significati nascosti, sfidando lo spettatore a vedere ciò che altrimenti resterebbe inosservato.
Macuga ha avuto mostre personali in importanti istituzioni, come la Fundació Antoni Tàpies (Barcellona, 2022), il MUSAC (León, Spagna, 2021), Fondazione Prada (Milano, 2016), New Museum (New York, 2016), Kunsthalle Basel (2009), Tate Britain (Londra, 2007).
Il suo lavoro è stato incluso in Documenta (2012) ed è stata nominata per il Turner Prize nel 2008. Dal 2021 si occupa del progetto Tales & Tellers, lanciato e promosso da Miu Miu, e nel 2024 è stata eletta membro della Royal Academy of Arts di Londra. Macuga vive e lavora a Londra.