Frieze London e Frieze Masters 2026. Report, impressioni e vendite in diretta dalle fiere di Londra
Mega-vendite per le mega-gallerie, entusiasmo e aspettative più moderate nella fascia media, ma proprio dai galleristi più piccoli sono arrivate le proposte più audaci. Un report dai tendoni di Regent’s Park, con le vendite delle gallerie italiane, in chiusura delle fiere londinesi. Mentre già si guarda a Parigi
Col sole pieno che si rovesciava su Londra e sui tendoni montati come ogni anno a Regent’s Park per Frieze London e Frieze Masters, è partita con la preview del 14 ottobre 2026 la Frieze Week, che si avvia alla conclusione nella giornata di domenica 18 ottobre. A Frieze London, appena entrati, l’ingresso della fiera accoglie come una piazza i visitatori, con le gallerie di ricerca sul davanti e le mega-gallerie che attendono in punti della mappa più interni, per facilitare la scoperta anziché l’addensarsi su ciò che è già potente e noto. Tenendo stretta la sinistra, il primo corridoio è colonizzato dalla pittura – c’è profumo di pittura fresca, letteralmente – e la fiera proseguirà più o meno così, con questa dominante chiara e lampante dappertutto, fatte salve alcune presentazioni più rischiose e le sezioni curate, come nel caso di Focus, per le gallerie emergenti, dove le cose tornano a essere come devono essere in una fiera di arte contemporanea, e le carte dei media e delle ricerche si rimescolano a dovere. E dove i confini dell’opera-oggetto non bastano, allora l’intervento di artisti e gallerie si espande sulle pareti e sui pavimenti e nello spazio tutto degli stand, che si fanno set e ambientazione e parte di un discorso che prova a richiedere un po’ più di tempo e di attenzione.
Per alcuni pare di ritrovare a tratti, in questa Londra post-Brexit, un senso di rinnovato ottimismo, e un ritorno a quell’energia da Cool Britannia, che negli Anni ’90 ne ha fatto il centro della creatività.

Le prime vendite di Frieze London
Per essere una preview per collezionisti e addetti ai lavori, c’era troppa folla a Frieze London, secondo qualcuno dei galleristi, e un’atmosfera più festosa e da tempo libero che non la concentrazione necessaria a scoperta, innamoramenti e acquisti di opere d’arte. Ma le vendite non sono mancate, sin dalle prime ore, sia dalle gallerie più consolidate, che per quelle emergenti e medie, seppure in fasce di prezzo contenute.
Tra le soluzioni più interessanti di display quest’anno a vincere a mani basse credo sia stata la galleria White Cube, con una griglia metallica su cui si alternavano opere storicizzate scelte dall’artista Ilana Savdie in dialogo con le proprie. Con il risultato di un venduto di oltre 1 milione di sterline, tra pezzi contemporanei e moderni. Nel primo pomeriggio del 14 ottobre, Pace Gallery aveva venduto quasi tutti i dipinti dell’artista brasiliana Marina Perez Simão, che costavano intorno alle 200.000 sterline, e pare siano stati scelti da collezionisti consolidati della galleria, quanto dai più giovani collezionisti Gen Z.
Non lontano, Thaddaeus Ropac ha fatto sold out al suo stand, che comprendeva anche i lavori del nostro Leoncillo, in piena riscoperta e rivalorizzazione, con vendite comunicate per Martha Jungwirth, Untitled (Berggasse 19), €560.000; Antony Gormley, Aside (2025), £500.000; Adrian Ghenie, Untitled (2026), €380.000.
Da David Zwirner, in una “buona mattinata internazionale”, per la presenza di collezionisti non solo britannici, come segnalato dal partner e head della galleria James Green, sono state acquistate 13 opere, per un totale di $4,5 milioni di vendite: da un dipinto di Michaël Borremans da $1,5 milioni, a uno di Dana Schutz che costava $900.000, da Lisa Yuskavage per $450.000 a Portia Zvavahera (che da Christie’s, nello stesso giorno, ha fatto aggiornare il suo record d’asta) a $300.000.
Su altri regimi di prezzo, nella sezione Focus, la galleria di Amsterdam Diez ha venduto l’installazione video di Jessica Wilson per più di €20.000 al Centraal Museum di Utrecht.
Tra mercato e ricerca, i differenti regimi di prezzo e i ritmi delle vendite a Frieze
Di certo di quest’anno si ricorderà la vendita di Hauser & Wirth a Frieze Masters di Still Life of Flowers in a Stoneware Vase (1607-8) di Jan Brueghel il Vecchio per circa £5 milioni, esposto accanto a un nuovo contemporaneissimo dipinto di Flora Yukhnovich. La galleria ha realizzato oltre 11 milioni con transazioni andate in porto per oltre 20 opere, tra lo stand di Frieze Masters e quello di Frieze London.
Al di là delle mega-vendite dichiarate dalle mega-gallerie resta sempre complicato trarre bilanci sugli andamenti del mercato, che nella fascia media continua a mostrare indecisioni o tempi di riflessione allungati rispetto al passato. E sembra che a Londra il mercato non possa strafare (il che non è necessariamente un male), come pure che i galleristi non portino qui le opere di fascia di prezzo altissima, o perché consapevoli che non è questo il pubblico pronto ad assorbirle o perché intenzionati a riservarle magari per i corridoi di Art Basel Paris, pronta a partire tra poche ore.
E così le proposte delle gallerie più prestigiose sono apparse a Frieze piuttosto conservative (o conservatrici?), mentre i galleristi più piccoli, che lavorano con prezzi più accessibili e costi di gestione inferiori hanno tirato fuori opere più audaci, a tratti, e sorprendenti. A conferma che, per quel che è pertinente al quoziente di ricerca e di qualità della ricerca, Londra non si batte (e fa quasi tornare la voglia di occuparsi con attenzione e davvero di arte contemporanea).
Certo, c’è il campionato delle mega-gallerie che arriva con opere di grandi dimensioni, che colonizza tutto all’insegna di grandi campiture di colori accesi, di un’astrazione rassicurante – già alla preview Gagosian ha venduto tutte le sei tele astratte e coloratissime di Albert Oehlen, che costavano oltre il milione ciascuna – o di una figurazione ancor più confortevole, spesso riconoscibilissima e comprensibilissima, perché seduta sulle spalle di un post-cubismo o di un post-surrealismo di risulta, ma c’è anche il tentativo di aprire una soglia di sperimentazione – dentro e fuori i media tradizionali – con un’attitudine più presente, più contemporanea, più originale, nel senso di generativa, più che derivativa.
E c’è anche, tra le gallerie emergenti e non, chi batte vie più radicali, di nuovo, come è stato in passato nel DNA di Frieze, con opere sperimentali o meno note, offerte a prezzi accessibili, che hanno trovato un pubblico ricettivo e curioso.

Le vendite delle gallerie italiane a Frieze London
“Anche quest’anno Frieze London si è confermata una fiera dinamica e attenta alle proposte più giovani. Per questo motivo abbiamo presentato il nostro programma più contemporaneo spaziando tra diversi media”, è il commento, infatti, della galleria P420, che in stand aveva opere di Xian Kim (prezzi dai €5.000 ai 30.000), “entrata in collezioni di alto profilo e Khaled Jarada di cui abbiamo raggiunto il sold out (tra i €1.200 e i 6000). Il pubblico di Londra continua ad amare il lavoro di Shafei Xia (€6.000-25.0000), Rodrigo Hernández (€6-20.0000) e Francis Offman (€7.000-25.0000) e un feedback molto positivo è arrivato per l’opera in ceramica di Victor Fotso Nyie (€15-25.000). Diverse vendite e molto interesse per Merlin James (11.000- 25.0000€), da gennaio in mostra al Camden Art Center”, è il bilancio della galleria bolognese nella giornata di sabato 17 ottobre, che si mostrava soddisfatta anche, da italiana, per il buon riscontro per le opere di Alessandra Spranzi, Riccardo Baruzzi e Alessandro Pessoli. E se la fiera sembra essere partita con un passo meno brillante del solito, si è poi “sviluppata giorno per giorno superando le aspettative, e manca ancora l’ultimo giorno!”, chiosa P420.

Le proposte di ricerca delle gallerie italiane a Frieze Masters
Di là del Regent’s Parks, un altro tendone bianco ospitava come sempre la sorella di Frieze London Frieze Masters, dedicata alle strade storiche e storicizzate dell’arte, dove pure il coraggio e l’accento sul valore della ricerca delle gallerie italiane non è mancato, a cominciare dalla proposta di Alberta Pane, nella sezione Queering Modernism, che ci ha raccontato che “il dialogo tra le opere di Claude Cahun (1894-1954) e Judy Chicago (1939) ha suscitato molto interesse, sia da parte di privati che, soprattutto, da parte di importanti istituzioni internazionali”. E se la risposta in termini di vendite non è stata velocissima o immediata, la galleria di stanza a Parigi e Venezia non può che ritenersi orgogliosa della qualità portata avanti, nelle sue sedi e in fiera e fa bene a dire, come ci ha detto: “partecipare a Frieze Masters è sicuramente occasione di orgoglio e un grande riconoscimento per tutto il lavoro fatto in questi anni dalla galleria. Londra, con la sua energia e il suo dinamismo, è certamente una piattaforma eccezionale per l’arte contemporanea, in cui vorrei investire maggiormente in termini di progetti e collaborazioni”.
Ricerca e riscoperta hanno guidato anche la presenza della galleria milanese 10 A.M. Art di Milano, alla sua terza presenza nella sezione Spotlight di Frieze Masters, con un bel focus su un’artista italiana tutta da scoprire: Tilde Poli. “Il mercoledì di preview e opening è stata per noi una giornata molto importante in termini di vendite e contatti istituzionali”, ci ha raccontato 10 A.M. Art, “a poche ore dall’apertura abbiamo concluso 4 vendite a collezionisti internazionali, provenienti da Stati Uniti e Sud America (in range di prezzo dai 9.000 ai 20.000 euro. Altre due sono state acquistate nella giornata di sabato, in chiusura di una trattativa aperta al venerdì”. Mentre anche il collezionismo asiatico e del Medio-Oriente si è lasciato affascinare dalla ricerca di Tilde Poli e diverse erano le conversazioni aperte che magari atterreranno in vendite nel prossimo futuro.

Il mercato dell’arte e le geografie del collezionismo
Gli acquisti a Frieze London e a Frieze Masters dunque ci sono stati, questo è il primo messaggio incoraggiante da portarci via da Londra. Certo, i collezionisti sono diventati più sensibili ai prezzi, e, come emerge dall’ultimo report di Art Basel e UBS, sono sempre più informati e più attenti a ciò che comprano. Soprattutto sul mercato primario, dove si trovano meno dati, rispetto al secondario, con cui confrontarsi e con cui sostenere processi decisionali informati.
L’altro interrogativo che torna di anno in anno, dopo l’apertura brillante di Art Basel Paris, è se sarebbero arrivati i grandi collezionisti americani o asiatici, o se la tappa londinese avrebbe rischiato di essere saltata. Così non pare sia stato, c’erano clienti da tutto il mondo, da USA, Asia, Medio-Oriente, per quanto anche il tempo diventa una variabile e anche su quello i collezionisti si mostrano sempre più selettivi. Per fortuna però, forse più che in competizione le due settimane dell’arte potrebbero lavorare in sinergia, con i grandi collezionisti che semplicemente arrivano a Londra verso il fine settimana, così da spostarsi poi a Parigi. E in questo senso è significativo che a Frieze si siano ritagliate e aggiunte delle aperture VIP al sabato mattina, per esempio.
O forse si arriverà anche a dividersi la base di collezionisti su basi geografiche, con quelli statunitensi che potranno avere un debole per Parigi e Londra che, invece, anche col debutto di Frieze Abu Dhabi il mese prossimo, potrebbe diventare sempre più significativa e attrattiva per collezionisti da aree con legami culturali più intensi con il Regno Unito, tra Asia meridionale, Golfo Persico, India. E se lo sceicco Zayed bin Sultan bin Khalifa Al Nahyan ha acquistato opere in fiera, da Phillida Reid e dalla Grimm Gallery, e le gallerie indiane apparivano in forma smagliante a Frieze London, le mostre in città in questi giorni raccontano certo di queste traiettorie non USA-centriche: dalla personale del regista indiano Amar Kanwar alla Serpentine Gallery alla Turbine Hall della Tate Modern affidata all’artista e compositore libanese Tarek Atoui; da Anish Kapoor sold out alla Hayward Gallery alla prima personale in un’istituzione inglese di Salman Toor alla Courtauld Gallery.
Il mercato, l’arte, il mondo, fuori dalle fiere
L’altra domanda, l’ultima per ora, che aleggia sulle sorti del mercato dell’arte presente e del prossimo futuro, riguarda poi il fattore generazionale, e il coinvolgimento delle persone più giovani negli acquisti di opere d’arte. Mentre ero in fiera, il giorno della preview, la Radio Televisione Svizzera mi ha raggiunto per una diretta al telefono, interessata a un commento sui collezionisti della Generazione Z, e per chiedermi se la vedevo, questa generazione, nei corridoi di Frieze London. In effetti di giovani sotto i 30 anni ce ne erano e anche tanti (molti di meno ne avrei trovati, invece, di lì a poco, nella sale room di Christie’s, per dire). Quando poi mi sono fermata, nei giorni successivi, a fare questo punto sulle vendite realizzate alle fiere di Londra, ce ne erano, invece, altri di giovani, che con quelli del report condividono forse solo l’età. Erano nelle immagini delle manifestazioni contro la difficoltà dello stare al mondo, con le attuali condizioni economiche e sociali, che da Madrid e dalla Francia si sono allungate in Italia, come pure in Albania. E i giovani, in questo caso non così ricchi e non così amati come quelli dalle analisi di mercato, ma avvertiti come pericolo e variabile fuori controllo, sono entrati poi anche negli avvisi della settimana dell’arte parigina alle porte, che mette in allerta i visitatori internazionali in arrivo nella capitale, che potrebbero trovarsi nel bel mezzo di disordini, vicini ai luoghi dell’arte e del suo mercato, e così lontani dagli accadimenti nei recinti artistici. E se Frieze London è apparsa a tratti misurata e a tratti radicale nelle sue proposte, c’erano anche opere che parlavano del peso che le persone si portano sulle spalle. E così magari un pensiero per quel che accade fuori dai corridoi delle fiere arriva anche ad affacciarsi, giusto un momento. Perché, chiuse Frieze London e Frieze Masters, è già tempo di una nuova valigia per Parigi e Art Basel Paris.
Cristina Masturzo
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