100 anni d’arte e di progetto in mostra all’ADI Design Museum di Milano
Dalla frenesia futurista alla progettazione industriale fino alle recenti tendenze del collectible e del collezionismo low-cost: il Museo del Compasso d’Oro costruisce un lungo racconto attraverso le epoche decisive del design italiano alla ricerca di scambi e affinità elettive con le arti visive

“Se c’è una ragione per la quale esiste il design, la ragione – l’unica ragione possibile – è che il design riesca a restituire o a dare agli strumenti e alle cose quella carica di sacralità per la quale gli uomini possano uscire dall’automatismo mortale e rientrare nel rito”, sosteneva Ettore Sottsass. Se il rapporto tra l’oggetto e la sua funzione è sempre stato centrale nel design, intorno c’è tutto un mondo: la volontà di apportare un miglioramento alla condizione umana, il rapporto con la società e con l’evoluzione del gusto, il dialogo pressoché costante con le arti visive.
La mostra “Best of Both Worlds: ITALY” all’ADI Design Museum
La mostra Best of Both Worlds: ITALY. Arte e Design in Italia 1915 – 2025, allestita all’interno dell’istituzione museale creata intorno al repertorio di progetti appartenenti alla collezione storica del premio Compasso d’Oro dal primo aprile al 15 giugno, parte dal futurismo per indagare una costellazione di oggetti che, nell’arco di oltre un secolo, hanno contribuito a plasmare l’estetica del nostro quotidiano. Lo scrittore e designer Stefano Casciani, curatore della rassegna, ha voluto esplorare il legame profondo del design italiano con le arti visive e il dialogo colto e utopico tra le due discipline che rende unica l’esperienza italiana. “Questa mostra è il punto di arrivo di una lunga serie di studi, ricerche e sperimentazioni tra arte e progetto che – dalle avanguardie storiche ad oggi – abbiamo condotto in molti per rivoluzionare l’immagine dell’oggetto, non più solo strumento funzionale ma protagonista della cultura visiva”, afferma.
La storia del design in mostra a Milano: il rapporto con le arti visive
Negli spazi postindustriali del museo, utilizzato negli anni Trenta sia come deposito di tram a cavallo sia come impianto di distribuzione di energia elettrica, si susseguono le stanze tematiche dove trovano posto anche tanti materiali inediti che svelano il pensiero progettuale dietro il design italiano e il suo dialogo costante con l’arte. La stagione pop di Joe Colombo rappresenta un importante passaggio, così come le istanze radicali e il lavoro dei collettivi Alchimia e Memphis. L’analisi si sofferma anche sull’evoluzione del design nell’era digitale e sulla sua tendenza “scultorea” con le ricerche di autori quali Gaetano Pesce e Nathalie Du Pasquier, che propongono una riflessione sui nuovi orizzonti dell’immagine e dell’oggetto contemporaneo.
Dal futurismo al collezionismo “accessibile”
L’arte popola le sale della mostra attraverso opere di artisti che hanno indagato il tema nei diversi aspetti della loro produzione come Michelangelo Pistoletto, in mostra con Telefono, che da anni sostiene come l’arte sia l’espressione primaria, più sensibile, della creatività umana e, di conseguenza, il riferimento costante di ogni attività culturale, economica e sociale. Ad aprire il percorso, che può essere seguito in ordine cronologico (entrando dall’ingresso principale del Museo) oppure a ritroso (da via Bramante) c’è un disegno di Umberto Boccioni dalla collezione del Castello Sforzesco, importante perché è uno dei primi lavori di ispirazione futurista dell’artista. “Nella prima stanza troviamo anche la ricostruzione di un ambiente di Casa Zampini a Macerata, un interno progettato da Ivo Pannaggi, un futurista un po’ eterodosso che ha studiato al Bauhaus e vissuto a lungo in Norvegia”, spiega ancora Casciani. Nella penultima stanza si affronta un fenomeno alla moda, quello del collezionismo di oggetti di design. “Ci sono due aspetti, quello che rozzamente viene chiamato art design, cioè i pezzi progettati fin dall’inizio perché se ne faccia una piccola tiratura, e quello che ho chiamato collezionismo low-cost, un fenomeno abbastanza ampio che racchiude diversi esempi di integrazione tra arte e design di serie: gli Swatch con la direzione artistica di Matteo Thun e di Alessandro Mendini, i 100 vasi dello stesso Mendini per Alessi, le tazzine Illy Art Collection… La chiusura vera e propria, però, si ha con una serie di vasi da fiori d’artista. Un oggetto che è un concentrato di design, con una funzione molto semplice ma poetica, e si presta a infinite interpretazioni”.
Giorgia Losio
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