Il grande fotografo Luigi Ghirri raccontato dalla figlia Adele in questa videointervista
Silvia Camporesi intervista Adele Ghirri per ripercorrere l’estro fotografico del padre e comprendere l’importanza del suo archivio
Amo da sempre il lavoro di Luigi Ghirri, per questo motivo ho voluto intervistare la figlia Adele, che oggi riveste un ruolo centrale nella divulgazione e nella preservazione dell’opera di uno degli autori più influenti della fotografia contemporanea italiana. Luigi Ghirri, scomparso nel 1992 all’età di 49 anni, ha lasciato un’eredità fotografica di 144.000 negativi, una produzione importante che, tuttavia, è solo in parte conosciuta e celebrata.
La memoria di Adele del padre Luigi Ghirri
Nonostante Adele non abbia memoria diretta del padre, scomparso quando lei era ancora molto piccola, ha dedicato il suo impegno a ricostruire la personalità e l’eredità del grande fotografo attraverso una varietà di fonti materiali: le fotografie, i libri, i dischi, le pagine dei testi sottolineate, e soprattutto i dialoghi con gli amici e i collaboratori. Questi frammenti costituiscono un patrimonio inesauribile che lei definisce “una grande fortuna”, e che le ha permesso di creare una visione profonda e articolata del lavoro del padre.
L’archivio di Luigi Ghirri
Nel corso degli anni, dopo aver acquisito una formazione accademica all’estero, Adele Ghirri ha intrapreso con grande attenzione e spirito critico il compito di gestire e curare l’archivio del padre, ponendosi come obiettivo principale la valorizzazione di opere meno note e orientando il proprio lavoro verso una revisione critica dell’intero corpus fotografico. In questo processo, ha cercato di spostare l’attenzione dalle immagini più iconiche, che hanno consolidato la sua figura di “fotografo delle nebbie” o “fotografo delle pianure”, per riportare in primo piano lavori meno esplorati ma di uguale valore estetico e concettuale.
I luoghi negli scatti di Ghirri
Allo stesso modo Adele ha sviluppato una lettura più profonda e sfumata delle fotografie, identificando significati nascosti all’interno delle immagini, che fino a quel momento erano stati trascurati o interpretati superficialmente. Ad esempio il fatto che Ghirri, in tempi lontani dalla sovrabbondanza fotografica tipica della digital society, comprendesse che la sempre più ampia presenza di facce nelle fotografie avrebbe allontanato l’attenzione nei confronti dei luoghi: per questo proponeva un recupero della rappresentazione visiva dei luoghi come strumento di attenzione nei confronti dell’ambiente.
Una grande intuizione anticipatrice della pratica egocentrica dei selfie e delle auto-narrazioni che oggi invadono ogni angolo del web e non lasciano spazio ad altre forme di dialogo. Il racconto di Adele ci dimostra come ogni archivio, a prescindere dall’autore, sia un materiale sempre in divenire, adattabile, ricontestualizzabile, passibile di infinite sfumature e per questo sempre vivo.
Silvia Camporesi
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