TEC(L)A: il video sull’installazione nel chiostro del Museo Minà Palumbo di Castelbuono

Castelbuono, piccolo centro nel Parco delle Madonie, in Sicilia, accoglie un’installazione d’arte pubblica: un esempio di ricerca intelligente in tema di valorizzazione museale, tra arte e architettura contemporanee. L'opera nelle immagini video, con il commento dei progettisti

Video © Pietro Leone

Chi arriva a Tecla, poco vede della città, dietro gli steccati di tavole, i ripari di tela di sacco, le impalcature, le armature metalliche, i ponti di legno sospesi a funi o sostenuti da cavalletti, le scale a pioli, i tralicci. Alla domanda “Perché la costruzione di Tecla continua così a lungo?” gli abitanti senza smettere d’issare secchi, di calare fili a piombo, di muovere in su e in giù lunghi pennelli, “Perché non cominci la distruzione”, rispondono”.

L’installazione inaugurata lo scorso 22 marzo nel chiostro del Museo naturalistico Minà Palumbo di Castelbuono ha il nome della città-cantiere in perenne costruzione, così come l’aveva immaginata Calvino nel suo catalogo di città invisibili e miracolose. A firmare l’opera è Lemonot (Sabrina Morreale e Lorenzo Perri), duo di architetti italiani con base a Londra, interessati a pratiche spaziali, performative e relazionali, insieme a Marino Amodio, architetto, attualmente ricercatore in scienze filosofiche con un progetto sull’architettura come dispositivo ostensivo.

Ed è già lo stesso titolo a essere, in questo caso, una particella mobile, in cui le lettere si spostano liberamente generando più significati. Una parola da montare e smontare. TEC(L)A è la crasi tra “teca” e “tela”, a voler fondere e condensare l’idea di contenitore con quella, più metaforica, di superficie neutra pronta ad accogliere immagini, nuovi simboli, scritture.

Da sx, Lorenzo Perri (Lemonot), Marino Amodio, Sabrina Morreale (Lemonot). Museo naturalistico Minà Palumbo, Castelbuono, 2025. Ph. Pietro Leone
Da sx, Lorenzo Perri (Lemonot), Marino Amodio, Sabrina Morreale (Lemonot). Museo naturalistico Minà Palumbo, Castelbuono, 2025. Ph. Pietro Leone

Il concorso “Cassidaria Minae”

Il progetto nasce grazie alla prima edizione del concorso internazionale Cassidaria Minae, lanciato dal Museo Minà Palumbo in collaborazione con il Museo civico di Castelbuono, e curato dallo studio palermitano di architettura AM3 secondo una formula a inviti, con il coinvolgimento di una giuria composta da Michele Spallino, presidente del Minà Palumbo, Laura Barreca, direttrice del Museo civico, lo studio BDR Bureau di Torino e l’architetta Annamaria Mazzola, assessora comunale e vicesindaca.

Ogni anno una nuova opera temporanea prenderà vita all’interno cortile, cuore dell’edificio settecentesco che ospita il museo intitolato all’illustre scienziato castelbuonese: un tempo convento dei frati minori, nacque come ampliamento dell’attigua chiesa di San Francesco, costruita nel XIV secolo. Il nome assegnato all’iniziativa è lo stesso di un fossile di gasteropode che catturò l’attenzione del ricercatore Antonio De Gregorio, nel 1881, mentre analizzava le immense collezioni di Minà Palumbo nella sua casa di Castelbuono. Così volle dunque battezzarlo, in onore del maestro.

L’opera di Lemonot e Amodio

A conquistare la giuria è stata l’intuizione di Lemonot e Amodio, venuta da fuori da una riflessione intorno alle classiche teche o campane in vetro, con funzione espositiva e protettiva, qui pensate come un corpus di 56 elementi di differenti altezze, ma con uguale diametro. Sono questi corpi trasparenti, inseriti in appositi fori, a trasformare in misterioso oggetto funzionale la struttura addossata a uno dei quattro lati del porticato, quasi un’anomala appendice dell’edificio. Struttura interamente realizzata in legno, a richiamare il paesaggio madonita, i boschi, gli alberi monumentali che di quei luoghi sono straordinario patrimonio naturalistico.

La grande piattaforma obliqua, che connette visivamente e concretamente la facciata al pavimento, restituisce allo spazio un movimento dinamico che rompe gli equilibri e insieme cerca corrispondenze armoniche con il contesto, tra linee dritte, oblique o curve che si rincorrono e si corrispondono: le campane in vetro e gli archi a tutto sesto del chiostro; le colonne in marmo e i pali che sorreggono l’installazione, come briccole o fondamenta; il piano irregolare inclinato e il volume triangolare del campanile.

TEC(L)A, l’installazione che espande il Museo Minà Palumbo

L’opera, che si colloca in un territorio ibrido tra arte e architettura contemporanee, interpreta il museo e si offre da un lato come oggetto da contemplare e decodificare, dall’altro come dispositivo da utilizzare quando gli spazi aperti non sono interessati dalle attività estive.

E tutto il sistema-museo, al suo interno, può riverberarsi in questo corpo mutante: idealmente le teche trasparenti contengono frammenti dell’edificio sempre diversi, consentendo al visitatore di inquadrare porzioni e dettagli dell’ambiente, in un continuo gioco ottico; e contengono per gioco i visitatori stessi, portati naturalmente a esplorare l’installazione e a infilarci il capo; infine sono questi alloggi a poter ospitare, secondo necessità e immaginazione, reperti del museo, piante, oggetti, documenti.

Progettata a partire da una suggestione efficace e sulla base di un processo di ascolto sensibile del luogo, TEC(L)A è un’installazione che – come la città-cantiere di Calvino – cambia continuamente, mentre modifica lo sguardo sul museo, sull’edificio, sulle sue collezioni, sulla sua storia. Un contenuto che è insieme contenitore multiplo, palcoscenico, spazio di relazione, pagina o tela su cui scrivere nuove storie, tra ricerca e custodia, tradizione e sperimentazione.

Helga Marsala

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Helga Marsala

Helga Marsala

Helga Marsala è critica d’arte, editorialista culturale e curatrice. Ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Palermo e di Roma (dove è stata anche responsabile dell’ufficio comunicazione). Collaboratrice da vent’anni anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo,…

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